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Torna in cella il primo boss. Bonafede, mercoledì il Senato vota la mozione di sfiducia PDF Stampa
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di Michela Allegri

 

Il Messaggero, 14 maggio 2020

 

Dopo la raffica di scarcerazioni, ora cominciano gli ingressi in carcere. Dei quasi 400 boss usciti di prigione per l'emergenza Coronavirus, il primo a tornare dietro le sbarre è Antonino Sacco, della famiglia mafiosa di Brancaccio, e il secondo potrebbe essere Pasquale Zagaria, fratello del più noto Michele, e anche lui esponente di spicco dei Casalesi: il Dap gli ha trovato un posto nel carcere di Viterbo.

Si tratta della prima applicazione del decreto approvato qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri, su proposta del Guardasigilli, Alfonso Bonafede. In sostanza, la nuova norma impone di rivalutare le loro decisioni a tutti i magistrati che, alla luce del rischio contagio all'interno delle carceri, hanno disposto i domiciliari per detenuti sottoposti al 41bis o al regime di alta sicurezza. Una vicenda, quella delle scarcerazioni, che ha portato alle dimissioni da capo del Dap di Francesco Basentini - Dino Petralia è stato nominato al suo posto - e che costa a Bonafede una mozione di sfiducia che sarà discussa a Palazzo Madama mercoledì.

L'accusa delle opposizioni riguarda infatti la gestione delle carceri, dalle liberazioni di mafiosi e narcotrafficanti alle rivolte scoppiate nelle prigioni di tutta l'Italia a inizio marzo. Al centro della mozione ci sono anche le dichiarazioni del magistrato Nino Di Matteo sulla sua mancata nomina al Dap dopo che i boss si erano detti contrari. Ieri le reazioni alla prima applicazione del decreto sono state contrastanti. "Il decreto antimafia funziona: i mafiosi tornano in carcere", hanno sottolineato i grillini con sul Blog delle Stelle. Un concetto ribadito dal capo politico Vito Crimi: "Il decreto comincia a dare risultati positivi".

Ma per Fratelli d'Italia, che con Forza Italia sostiene la mozione di sfiducia presentata dalla Lega, la situazione resta gravissima: "Gli arresti domiciliari concessi a circa 8.000 detenuti, dei quali 375 boss mafiosi, con la risibile motivazione del rischio contagio, non sono stati attenuati con il decreto correttivo deliberato dal Consiglio dei Ministri", lamenta il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli.

Sul voto di mercoledì resta l'incognita di Italia Viva: pur essendo tra le forze che sostengono l'esecutivo, è tra i partiti più critici nei confronti del Guardasigilli, che oggi proprio sul caso delle scarcerazioni sarà ascoltato dalla Commissione Giustizia della Camera. "Abbiamo chiesto chiarezza, se ci ascoltano sulle questioni poste non vedo perché sfiduciarlo" dice il capogruppo al Senato Davide Faraone. La polemica, insomma, è ancora aperta. Nei prossimi giorni, intanto, ci dovrebbero essere nuovi ingressi in carcere. Per il momento è stato il turno di Sacco, condannato per mafia ed estorsioni, con fine pena nel 2027. Il 6 aprile scorso aveva lasciato il carcere di San Gimignano: il magistrato di sorveglianza di Siena gli aveva concesso i domiciliari in una Casa di accoglienza parrocchiale. Il boss ha avuto un infarto, soffre di una cardiopatia ipertensiva e ha 65 anni: circostanze che, secondo il giudice, lo rendono "soggetto a rischio".

Due giorni fa, però, il Dap ha comunicato che Sacco poteva essere trasferito nel carcere di Livorno, che è dotato di "ampia offerta specialistica" e all'occorrenza può avvalersi "delle strutture sanitarie del territorio".

Sarà invece riesaminato il 22 maggio dal tribunale di sorveglianza di Sassari il caso della scarcerazione di Zagaria. Il Dap ha individuato una possibile collocazione a Viterbo, in un reparto di medicina protetto. La rivalutazione avverrà in base a quanto previsto del nuovo decreto: il giudice di sorveglianza dovrà valutare se sussistano ancora i presupposti per la scarcerazione.

 

 

 

 

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