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Di Matteo - Bonafede: hanno torto entrambi. Scarcerati detenuti al 41bis? Una fake news PDF Stampa
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di Valter Vecellio

 

lindro.it, 14 maggio 2020

 

In automatico il pensiero va a "don Rafae", l'amara canzone di Fabrizio De André: quel passaggio dove dice: "Prima pagina venti notizie/ventuno ingiustizie e lo Stato che fa?/Si costerna, s'indigna, s'impegna/poi getta la spugna con gran dignità".

Ecco fotografato in modo sintetico, ma preciso quello che accade in questi giorni, lo scontro tra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, e il pubblico ministero, attualmente membro del Consiglio Superiore della Magistratura Nino di Matteo. Per capirci qualcosa (c'è molto di non detto e che si lascia all'immaginazione, in questa storia), conviene riavvolgere il nastro, ricapitolare brevemente come si è dipanata la polemica.

Una "piazzata". Di nome, dal momento che si svolge nell'arena di Massimo Giletti su La 7. Di fatto, anche, per i toni assunti. Di Matteo accende la miccia; racconta che un paio d'anni fa il ministro gli offre di essere il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ma - a scelta - anche di dirigere l'ufficio Affari Penali, l'ultimo incarico istituzionale di Giovanni Falcone, per capirci. Di Matteo vuole pensarci su.

Quando scioglie la riserva dice che il Dap gli va bene. Ma il ministro ha cambiato idea: quel posto è per un altro magistrato, Francesco Basentini. Niente più Dap, e neanche gli Affari Penali, questa volta è Di Matteo che rifiuta. Da Giletti non collega esplicitamente il cambio di idea del ministro con i "rumors" provenienti dalle carceri (specificatamente dagli affiliati alla Cosa Nostra).

Però chiunque assiste alla trasmissione ricava l'impressione che per Di Matteo questo nesso ci sia, che di fatto il ministro abbia "ceduto" a innominabili, inquietanti pressioni. Impressione che deve aver avuto lo stesso ministro: interviene telefonicamente per dirsi sdegnato, stupito.

Si entra così in una pochade dell'assurdo. Di regola chi muove l'accusa, è tenuto a provarla, a esibire le pezze d'appoggio per quello che sostiene. Accade il contrario: è al ministro accusato, o quantomeno sospettato, che si chiedono spiegazioni; nei suoi confronti si presentano (o si minaccia di farlo) individuali mozioni di sfiducia.

Da che mondo è mondo è l'accusatore, non l'accusato, che dovrebbe dare spiegazioni. Dunque il primo che dovrebbe chiarire il senso delle sue affermazioni è Di Matteo; una volta accertato e compreso che cosa intende davvero dire, allora sarà il ministro a dover e poter replicare; e giustificarsi, se c'è qualcosa di cui giustificarsi.

Ancora: il Dap è un incarico prettamente politico, dipende direttamente dal ministro, che a sua volta, evidentemente è soggetto a regole e riti politici; può piacere o no, ma così è. Di Matteo queste regole, questi riti, certo non li ignora. Aver manifestato una disponibilità a riflettere se rispondere positivamente o meno all'invito è di per sé esplicita accettazione di queste regole, di questi riti. Il responsabile del Dap guadagna tre volte lo stipendio di un magistrato, esce dal ruolo, si trasforma il braccio esecutivo del ministro, ne attua le direttive, frutto di scelte politiche.

Il ministro sceglie, sulla base di criteri e valutazione che gli appartengono, e non sono sindacabili. Il ministro - siamo tutte persone di mondo - ovviamente sceglie sulla base di considerazioni e di criteri che possono esulare dalla specifica competenza, e cedere a pressioni ed interessi che non sono direttamente collegabili alla funzione da ricoprire; questo appartiene alla forza contrattuale di cui dispone da una parte il ministro, e agli equilibri che lo hanno portato al vertice del ministero. Un conto sono "bilancini" e compromessi politici; altro se la decisione è il risultato di impostazioni che possono prefigurare un possibile reato. Se così fosse, la cosa non dovrebbe essere "denunciata" nel corso di una "piazzata" televisiva; e comunque non dopo che sono trascorsi due anni.

Per come si è svolta tutta la vicenda, dovrebbe intervenire il Consiglio Superiore della Magistratura, per fare ed esigere un minimo di chiarezza; e, sia pure nelle forme e nelle modalità compatibili con la delicatezza dei tempi che viviamo, il primo a volerlo dovrebbe essere il capo del Csm, il presidente della Repubblica; o almeno dovrebbe sollecitare un intervento del suo vice. Al momento non sembra sistia muovendo nulla; un quieta non movere che costituisce senz'altro la cosa più deleteria. Chiudere la vicenda a 'tarallucci e vino' senza fare chiarezza, costituirebbe l'ennesimo contributo al discredito delle istituzioni. Non ce n'è davvero bisogno.

Su questa vicenda, si innesca poi una ulteriore polemica, le cosiddette scarcerazioni facili. Un bel polverone. Bonafede, riferendone alle Camere, spiega che sono disposte dai giudici, non sono riferibili a lui o al Dap. Ha ragione. Sono i magistrati che decidono, e i recenti decreti sul Coronavirus non c'entrano nulla.

Anche la famosa circolare del Dap è tirata in ballo a sproposito: si limita a chiedere ai direttori delle carceri la situazione dell'istituto che dirigono. Una sorta di censimento. Il Dap e lo stesso ministro non possono disporre nulla; i giudici hanno disposto le scarcerazioni applicando una legge e delle normative preesistenti, e i decreti del Governo riguardano altro. I giudici hanno solo applicato la legge che disciplina i casi di incompatibilità tra regime carcerario e salute del detenuto. Si può trovare discutibile la decisione assunta, se le loro valutazioni siano o no fondate. Ma è discorso completamente diverso dal polverone che si è voluto sollevare.

Qui occorre essere chiari. In buona fede (ma molti in pessima fede) pongono una questione che si può così riassumere: con la scusa del Coronavirus, e sotto il ricatto di rivolte carcerarie sapientemente alimentate, 376 pericolosi affiliati alla Cosa Nostra, alla 'ndrangheta, alla camorra, sottoposti al regime 41bis, vengono scarcerati.

È opportuno chiarire: al regime 41bis non erano sottoposti il 376, ma in tre. I tre risultano affetti da tumori e da cardiopatie che mettono a rischio la loro vita e la loro incolumità. Non possono (lo dice la legge, non un magistrato) restare dove erano reclusi. Il sistema penitenziario, così come è strutturato attualmente, non è in grado di assicurare a quei tre le garanzie e le tutele che la legge garantisce loro. I casi a questo punto sono due: ai giudici che si sono limitati ad applicare la legge, si chiede (anzi, si impone) di disattenderla.

Oppure si cambi la legge, stabilendo che per delinquenti come mafiosi, 'ndranghetisti, camorristi e affini, certi diritti, certe garanzie non hanno valore. C'è poi una terza possibilità: dotarsi di un sistema penitenziario che non sia quello che abbiamo, e dotarlo di quelle strutture e di quelle risorse che consentano a chi è malato di potersi curare. Per ora si preferisce puntare il dito accusatorio contro i magistrati di sorveglianza.

A parte i tre, gli altri? Qui viene il bello, cioè il brutto. Sono boss presunti. Nel senso che pur se ristretti in carcere da anni, il loro iter giudiziario non è concluso, sono in attesa di sentenza definitiva. Magari può pure essere che siano assolti? E comunque, il problema è: perché i processi ci mettono così tanto tempo a essere celebrati? Può anche essere che la malavita organizzata abbia sobillato le rivolte violente delle settimane passate. Rivolte che hanno avuto vasta eco mediatica, servizi su servizi in televisioni, radio, giornali. I detenuti - sobillati o meno che siano stati - protestavano per le condizioni in cui sono costretti a vivere. È dal 2016 che hanno protestato in modo civile e nonviolento; ci sono stati accorati appelli del Papa e del presidente della Repubblica. Niente, non una parola scritta o parlata che fosse. Disinteresse totale. Poi, quest'anno alcune rivolte violente in alcune carceri; ed ecco che si sono versati fiumi di inchiostro, un oceano di parole. Cosa deve mai pensare chi vuole che la sua causa sia conosciuta?

Qui si entra nel vivo di una questione di cui Bonafede è direttamente responsabile; su questo dovrebbe essere chiamato a rispondere, e vai a capire perché nessuno gli chiede o gli rimprovera nulla. Il ministro avrebbe potuto e dovuto predisporre infermerie e settori che garantiscano la salute dei detenuti e tutto il mondo che 'abita' e frequenta il pianeta carcere, senza dover ricorrere alle scarcerazioni.

Certo: è una situazione di cui Bonafede non è responsabile, è una "eredità" che viene da lontano, anni e anni di inerzia e incapacità di governare la situazione. Ma la responsabilità di Bonafede è di non aver fatto nulla da quando è ministro della Giustizia. Nulla quando era ministro della Giustizia del primo governo Conte. E nulla ora. Semplicemente non fa parte del suo dna, del suo "orizzonte".

Molti sostengono che la Cosa Nostra in queste ore si fa delle belle risate. La migliore risposta è nelle parole di Roberto Saviano: "I domiciliari hanno destato scandalo, ma i magistrati hanno agito nel rispetto del diritto e quindi hanno realizzato l'atto antimafia più potente. Garantire la salute del detenuto, di qualunque detenuto, dall'ex boss al 41bis al detenuto ignoto, è fondamentale, è un atto che ha una efficacia antimafia immediatamente misurabile, perché un carcere che non è democratico, diventa immediatamente un carcere dove comandano le mafie".

Anche Saviano verrà additato come complice e connivente? Si consiglia, come contravveleno, la rilettura (o la lettura) de "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia. La pagina dove il capitano Bellodi respinge la tentazione di seguire le orme di Cesare Mori, al di là e al di sopra della legge, e raccomanda di combattere la mafia con le armi del diritto e della legge.

 

 

 

 

 

 

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