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Bahrain. Il coronavirus aggrava le violazioni dei diritti umani PDF Stampa
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di Irene Masala


osservatoriodiritti.it, 11 maggio 2020

 

Repressione del dissenso, limitazioni a libertà d'espressione e di movimento della popolazione, torture e privazione della cittadinanza. Ecco come il governo del Bahrain mette a tacere donne, attivisti, difensori dei diritti umani e oppositori. Lo denuncia l'Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain.

La minaccia globale posta dalla pandemia, causata dalla diffusione del coronavirus, rischia di assestare il definitivo colpo di grazia al rispetto dei diritti umani in diversi Paesi del mondo. Tra i più a rischio c'è il Regno del Bahrain, un piccolo stato tra grandi vicini. Il Bahrain, governato dalla famiglia reale Al Khalifa, si trova infatti in un arcipelago tra l'Arabia Saudita e il Qatar. L'emergenza sanitaria sta esacerbando alcune problematiche precedenti alla pandemia, tra cui la condizione di attivisti e prigionieri politici detenuti nelle carceri del Bahrain.

Bahrain e coronavirus: la situazione dei detenuti - "Il governo del Bahrain si è dimostrato incapace di preservare le minime condizioni igieniche all'interno dei centri di detenzione, oltre al negare volontariamente le cure ad attivisti e oppositori politici attualmente reclusi". Esordisce così Husain Abdulla, direttore esecutivo dell'Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain (Adhrb), intervistato da Osservatorio Diritti. "Per questo motivo stiamo cercando di far rilasciare i prigionieri di coscienza durante questa pandemia: se il virus dovesse diffondersi tra i detenuti, il sistema detentivo del Bahrain non sarebbe in grado di fornire le protezioni e le cure mediche minime ai detenuti, il numero di infetti sarebbe elevato".

L'Adhrb è una delle organizzazioni firmatarie, insieme ad altre come Amnesty International e Human Rights Watch, di una lettera rivolta al governo del Bahrain nella quale si chiede l'immediato rilascio dei prigionieri di coscienza e dei prigionieri politici detenuti per aver manifestato pacificamente le proprie opinioni.

Sono ancora tantissimi infatti i leader dell'opposizione arrestati per il coinvolgimento nei movimenti di protesta del 2011 per i quali non è stato prospettato alcun rilascio. Il 17 marzo 2020 il Bahrain ha decretato il rilascio di 1.486 prigionieri. Ma secondo il Centro per i diritti umani del Bahrain, su 1.486 detenuti i rilasciati con accuse politiche sarebbero solo 394. Inoltre le prigioni del Bahrain soffrivano di un preoccupante sovraffollamento che ora rischia di aggravarsi sensibilmente a causa della diffusione del coronavirus.

Nel 2011, sulla scia delle primavere arabe, più della metà della popolazione del Bahrain è scesa in piazza per manifestare contro la corruzione diffusa nel Paese, contro le disuguaglianze sociali e l'oppressione del governo. Le autorità locali hanno represso le proteste con la forza e dal 2011 a oggi continuano ininterrotte le violazioni dei diritti umani.

"In questi anni la situazione non è migliorata, di fatto si è ulteriormente deteriorata. Moltissimi attivisti sono stati fatti tacere chiudendoli in prigione o giustiziandoli. La libertà di espressione è fortemente attaccata, la libertà di associazione non esiste e le persone non sono libere di viaggiare: per esempio, gli attivisti non possono partecipare ai forum internazionali per le conseguenze che potrebbero esserci al loro ritorno", sottolinea Husain Abdulla.

L'Adhrb ha monitorato e documentato più di mille casi di tortura da parte del governo nei confronti di attivisti e difensori dei diritti umani. "Possiamo dire con sicurezza che la maggior parte delle persone arrestate viene sottoposta a tortura o ad altri trattamenti degradanti. Durante le custodie cautelari i prigionieri vengono spesso stuprati o attaccati sessualmente, vengono tenuti in isolamento e privati delle cure mediche. Vi sono sia torture fisiche che psicologiche ed emotive. Moltissime persone hanno paura di twittare o postare sui social media per gli arresti e le torture che ne conseguirebbero. Per le strade le forze di sicurezza si comportano in modo brutale anche contro proteste pacifiche".

"Il futuro di una persona può essere essenzialmente distrutto, questo è il messaggio che gli al-Khalifa mandano ogni giorno alla popolazione: possono distruggere il futuro e la vita di chiunque, ci possono essere ripercussioni anche contro le famiglie, anche oltre i confini del Bahrain".

Negli ultimi dieci anni infatti attivisti, difensori dei diritti umani, membri di Ong, giornalisti e oppositori politici sono stati sistematicamente licenziati, arrestati e condannati, in alcuni casi con pene che possono variare dai 15 anni di reclusione fino all'ergastolo, per aver espresso la loro opinione contro il governo. Un'altra prassi usata dall'esecutivo come deterrente per le opposizioni è quella della revoca della cittadinanza. Dal 2012 a oggi sono circa 900 le persone a cui è stata revocata la cittadinanza, 550 delle quali sono riuscite a riottenerla tramite decreto reale.

"La sola pratica di revocare la cittadinanza per poi reintegrarla fa vedere come il governo si comporta nei confronti del popolo. Hanno il potere di decidere sull'identità di una persona", riferisce Husain Abdulla.

"Le conseguenze della revoca della cittadinanza sono molto gravi: non si può viaggiare, si perdono tutti i diritti civili di cittadino, molto spesso si perde il lavoro, i figli non possono avere la cittadinanza, non si riceve l'assistenza medica statale, non si può studiare in scuole e università pubbliche se non pagando come farebbe uno straniero, se si è stata fatta richiesta di una casa popolare la si perde. Si viene trattati come stranieri nel proprio paese. Il solo impatto emotivo e psicologico è tremendo".

Un'altra situazione che desta preoccupazione tra i difensori dei diritti umani è la condizione delle donne all'interno della società. "Nonostante la costituzione preveda parità di genere, permane ancora discriminazione sia nella legislazione sia nella società bahreinita. L'esempio più chiaro è il sistema di custodia vigente che prevede un "guardiano" maschio per ogni donna bahreinita che può essere il marito, il padre, il fratello o persino un figlio".

Così Abdulla introduce alla tematica femminile. "Le donne bahreinite hanno inoltre una limitata partecipazione alla vita politica e sociale del paese, nonostante la situazione sia migliorata negli ultimi anni. Per ultimo, ai prigionieri politici di sesso femminile sono riservati trattamenti degradanti e disumani che nella maggior parte dei casi sfociano in minacce di aggressione sessuale o in aggressioni sessuali e stupri veri e propri, come documentato più volte da Adhrb".

L'associazione, in collaborazione con l'Istituto per i diritti e la democrazia del Bahrain (Bird), ha pubblicato un report nel settembre del 2019 dal titolo Breaking the Silence: Bahraini Women Political Prisoners Expose Systemic Abuses. Nel documento sono stati monitorati ed esposti i casi di nove donne, arrestate per ragioni politiche tra il febbraio del 2017 e il 2019. Le intervistate hanno subìto arresti illegali, torture fisiche e psicologiche e stupri spesso usati come arma per estorcere confessioni.

Dal lavoro dell'Adhrb è emersa anche la complicità del governo del Regno Unito e degli Stati Uniti con quello del Bahrain. "Ci sono diverse ragioni dietro a questo supporto tra cui cooperazione militare, interessi economici o interessi geopolitici nella regione, in cui il Bahrain gioca un ruolo fondamentale. Sia il Regno Unito sia gli Stati Uniti chiudono sempre un occhio quando si parla di violazione dei diritti umani in Bahrain. Questo ha fatto sì che il governo del Bahrain avesse una sorta di "via libera" per continuare la campagna su larga scala di arresti, torture, detenzioni arbitrarie, attacchi di natura sessuale su difensori dei diritti umani di sesso femminile e molto altro". Anche l'Italia non è estranea a queste dinamiche.

"Sfortunatamente, il governo italiano e l'ambasciatrice italiana in Bahrain non stanno seguendo o non tengono conto delle linee guida dell'Unione Europea sui difensori dei diritti umani. L'ambasciata rifiuta di incontrare gli attivisti, le famiglie e i legali che si occupano di diritti umani, ed è un fatto estremamente preoccupante: sono stati messi da parte non solo le linee guida europee, ma anche i principi cardine della nostra cultura", denuncia il direttore dell'Adhrb.

"Al momento - conclude - i soldi sono in grado di comprare l'accesso all'Italia. Un esempio è la cattedra dell'Università La Sapienza per il dialogo interreligioso dedicata al re del Bahrain e finanziata dalle istituzioni bahreinite. Hanno creato corsi sul dialogo interreligioso mentre in Bahrain la maggioranza sciita viene fortemente discriminata".

 

 

 

 

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