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Conte accelera e blinda Bonafede. La paura di nuove scarcerazioni PDF Stampa
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di Fabio Martini


La Stampa, 10 maggio 2020

 

A metà giornata il messaggio è arrivato a tutti quelli che contano, ai ministri e ai big della maggioranza: a palazzo Chigi il premier aveva fretta, molta fretta. Voleva chiudere il prima possibile sul "decreto-scarcerazioni".

Certo, nel Palazzo ormai da settimane si susseguono e affastellano decisioni strategiche sui temi più diversi, ma sabato 9 maggio passerà alla "storia" per la fretta di Giuseppe Conte. Mosso da una preoccupazione non confessabile: che i giudici di sorveglianza potessero nelle prossime ore concedere i domiciliari ad altri pezzi da "novanta": boss della criminalità ma anche l'ex terrorista rosso Cesare Battisti.

Trasformando così le legittime ordinanze dei giudici in una Caporetto del governo, di fatto incapace di arginare un fenomeno giuridicamente legittimo ma politicamente destabilizzante per la maggioranza. Una gran fretta che, secondo uno dei partecipanti al summit-videoconferenza della maggioranza, potrebbe essere legato anche a un altro motivo: "Domenica sera è prevista una puntata di "Non è l'Arena" di Massimo Giletti, dedicato a questi temi e vista l'audience e la "grinta" del programma, la fretta potrebbe spiegarsi anche così".

Dietrologie? E un fatto che il passaparola trasmesso da palazzo Chigi ai plenipotenziari della maggioranza, in serata si è trasformato in una convocazione formale del Consiglio dei ministri per le 21 del sabato, anche se la domenica non sono previste udienze dei magistrati di sorveglianza. Ma non è stato semplice chiudere: il decreto ("osservato" a debita distanza dal Quirinale), presentava delicati profili di costituzionalità, perché è impossibile intervenire sulle ordinanze di scarcerazione, o più in generale su sentenze emesse dai giudici, per il fondamentale principio della divisione dei poteri.

Ma la difficoltà più seria, emersa nella videoconferenza di maggioranza che si era svolta due giorni fa, è sull'efficacia del decreto nel suo obiettivo di bloccare le scarcerazioni "facili". Anche i giuristi di fiducia di palazzo Chigi hanno avanzato informalmente un dubbio sugli effetti cogenti del decreto: l'estrema difficoltà, in alcuni casi l'impossibilità, degli istituti di pena di garantire cure e salute ai detenuti non troveranno soluzione col decreto e dunque differimenti di pena e carcerazioni domiciliari sono destinati a proseguire, sia pure in quantità più ridotte.

Ma Conte aveva fretta anche perché gli stava a cuore blindare il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede alla vigilia di settimane difficili: lo attendono passaggi delicati. In particolare la mozione di sfiducia presentata da tutto il centrodestra. Mozione che il M5S, al quale Bonafede appartiene, vorrebbe discutere presto, mentre il Pd preferirebbe farla slittare e accostarla a un'altra analoga mozione: quella nei confronti del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri.

Ma al di là delle differenti tattiche di "contenimento" tra Pd e 5S, l'unica incognita è rappresentata da Italia Viva, che non ha sciolto la riserva sul voto dei renziani, che al Senato saranno decisivi, in un senso o nell'altro.

Maria Elena Boschi si è espressa in modo enigmatico ("Vedremo..."), ma i messaggi di Matteo Renzi rivolti a Conte sono stati più espliciti: "Ci aspettiamo una decisione risolutiva per il Paese: che il governo faccia proprio il nostro piano choc su grandi opere e investimenti". Anche se Renzi si attende che, sia pure con 9 mesi di ritardo, Conte gli riconosca il ruolo di "socio fondatore" e co-regista del governo.

 

 

 

 

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