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Quel silenzio sulla giustizia ferma PDF Stampa
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di Giuseppe Maria Berruti


Corriere della Sera, 10 maggio 2020

 

Non è percepita la fase attraversata dal processo giudiziario inteso come accertamento della verità. Caro direttore, crisi come quella che attraversiamo sembrano fatte apposta per sottolineare il rilievo sociale delle funzioni pubbliche. Il dibattito continuo e ripetitivo non aiuta.

Ma è evidente che così come alla libertà si educa con la libertà sono il ragionamento e l'informazione che possono far giustizia delle ipotesi preconcette e della cattiva informazione. In questa confusa fase della storia vi è la particolarità italiana. Fatta di ritardi. Rispetto ai quali mi pare assurdo individuare delle responsabilità, se non in prospettiva storica. Oggi ciò che mi pare evidente è, oltre che l'assoluto predominio delle valutazioni di ordine sanitario ed economico, la scarsezza del dibattito giuridico su ciò che accade.

La complessità del rapporto fra le libertà costituzionali dell'individuo e con esso della nazione è percepita anche in modo strumentale. Penso all'applicazione dell'articolo 16 della Costituzione e cioè al principio per il quale la libertà di circolazione e di soggiorno del cittadino in qualunque parte del territorio nazionale può essere limitata solo con legge. Va da sé che primum vivere, postea cogitare. Ma mi pare altrettanto evidente che si dovrà ragionare che sull'applicazione che stiamo facendo, io credo in modo abbastanza corretto, dell'articolo 16 alla pratica quotidiana, anche sulla utilità di introdurre nel sistema l'ordine delle competenze.

Ciò che non è percepita è la fase che attraversa il processo giudiziario. Il processo come accertamento della verità, o come accertamento di una affermata responsabilità per fatto illecito o per debito. In questo momento la giustizia è ferma. I tribunali sono chiusi. Si sta rincorrendo la realtà in modo abbastanza convincente per quanto riguarda le necessità del processo penale. Nulla, che mi consti, avviene invece per quanto riguarda quell'essenziale meccanismo di governo della convivenza che è il processo civile. E soprattutto nulla emerge mediante una proposta della magistratura.

La magistratura non governa. Applica la legge interpretandola. Tuttavia l'autorevolezza che si è conquistata da che la Repubblica è stata fondata è talmente grande che sempre ha interloquito con il governo. E con il Parlamento. Per segnalare anche criticamente le necessità di chiarimento tecnico e politico. In questa fase io non sento indicazioni di questa natura da parte della magistratura. Magistratura e avvocatura sono perni della democrazia. Tacciono tutte le volte in cui il potere politico, divenuto illiberale, le comprime. Altrimenti si fanno sentire.

Io credo che l'invecchiamento del processo civile italiano stia dimostrando la propria strategica drammaticità proprio in questo momento che, per quanto estremo, potrebbe essere affrontato, quanto meno per periodi limitati, con strumenti legislativi e tecnologici adeguati al caso. Non è possibile a mio avviso dire puramente e semplicemente che riprenderemo a fare i processi nel mese di giugno, luglio, settembre, e così via. Non è possibile dire che un Paese per quattro, cinque o sei mesi, o più, rimanga senza la attualità della giustizia.

Non è possibile senza che si stabilizzi nell'opinione pubblica spaventata, e confusa nei valori che fondano la convivenza nazionale, un giudizio di inutilità. Perché, è verissimo che quando la gente si ammala e muore bisogna pensare anzitutto ai medici, agli ospedali, ai poveri e, per quanto mi riguarda, ai detenuti. Ma bisogna anche pensare con ragionevolezza e umiltà di fronte alla grandezza del problema, a come far funzionare ciò che è ordinario. La democrazia è ordinarietà. La sua essenza sta nei procedimenti che essa colloca dentro la vita dei soggetti. Il come fare, in democrazia, è fondamentale. Soprattutto nelle emergenze.

Perciò il silenzio pubblico e collettivo dei magistrati, mi colpisce. Sono certo che non mancano le idee. Ma non vedo, perlomeno non mi accorgo, di un'azione istituzionale della magistratura che si ponga a rispondere alla emergenza trattandola come problema. Appunto la emergenza da risolvere subito. E non da affrontarne le conseguenze quando sarà passata. Nell'illusione che dopo dell'emergenza venga la normalità. E che si torni alle udienze fissate e poi rinviate, alle tante sentenze scritte da ciascun magistrato, alla prevedibilità della lentezza.

Non ho suggerimenti. Sono un utente della giustizia. Le sentenze dei giudici servono al mio lavoro. Perché stabiliscono cosa dice la legge che applico. Dentro confronti e conflitti di interesse fortissimi, di straordinaria centralità dentro la vita economica e la democrazia. Perché la tutela corretta dell'investitore è la tutela del risparmio. Quella che l'articolo 47 della Costituzione ci impone. I giudici, gli avvocati, i processi, sono il diritto del Paese. Ora, mentre il coronavirus colpisce.

 

 

 

 

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