Domenica 27 Settembre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

A proposito dello scontro tra un pm e il ministro PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Verde

 

Corriere del Mezzogiorno, 10 maggio 2020

 

Di qua la politica, di là la giustizia. È poi vero? La nostra Costituzione sembra ritenerlo, avendo configurato la magistratura come un "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere". Lasciamo da parte l'ambiguità della formula che contiene un bisticcio tra ordine e potere; lasciamo da parte le discussioni tra gli studiosi, che si arrovellano sulla maniera di tracciare una linea di confine di qualche consistenza tra attività esecutiva e di governo e attività giudiziaria.

Diamo un'occhiata al nostro piccolo quotidiano e allo scontro di questi giorni tra un pubblico ministero e il Ministro della giustizia. Un pubblico ministero ha reso pubblica la sua mancata nomina, due anni orsono, a direttore del Dipartimento degli affari penitenziari (Dap); nomina che, pur rientrando tra le prerogative del Ministro, tocca un punto nevralgico del nostro sistema di sicurezza sociale (oltre che di contrasto alla criminalità e di corretta gestione dell'attività sanzionatoria, perché i diritti dei carcerati, in quanto persone, non possono essere pretermessi).

Nel rendere pubblico l'accaduto egli ha (volente o nolente) fatto sì che il cittadino abbia percepito la sua mancata nomina come un cedimento del Ministro nei confronti dei carcerati mafiosi (quelli più pericolosi ed efferati di tutti), i quali avevano lasciato intendere che la nomina del magistrato avrebbe comportato disordini e rivolte nelle carceri.

È difficile dire se la difesa del Ministro sia convincente (a me è apparsa debole e imbarazzata). La macchia resta, così come è innegabile che la rivelazione abbia innestato la speculazione politica degli oppositori dell'attuale Governo.

Ciò rende evidente che la rivelazione del pubblico ministero non può essere catalogata tra i fatti neutri, che si giustificano per il solo fatto di essere oggettivamente veri. Il pubblico ministero nel farla ha compiuto un atto politico in senso pieno. Non tiriamo in ballo la trasparenza e l'obbligo di verità. Non c'era alcuna ragione che imponeva di rendere pubblico un fatto privato.

Di più. Infatti, due possono essere le spiegazioni al suo comportamento: o, non potendo ignorare le conseguenze della sua rivelazione, egli voleva deliberatamente mettere in difficoltà il Ministro oppure, vittima della cultura dell'atto dovuto (propria di chi nel nostro Paese svolge la funzione di pubblico ministero), non si è affatto posto il problema delle ricadute politiche delle sue dichiarazioni (pur non potendole ignorare).

Qualunque sia la corretta interpretazione dell'accaduto (per me la seconda è quella più vicina al vero), emerge ancora una volta il problema dello scollamento tra le istituzioni dello Stato; ossia il rischio che, all'epoca della Costituente, fu immaginosamente rappresentato come quello di un potere statale che a guisa di cometa impazzita si allontana dalla traiettoria fissata.

Insomma, il contrasto tra il Ministro e il pubblico ministero non può essere catalogato come una piccola vicenda in cui le ambizioni e l'amor proprio di ciascuno hanno avuto il sopravvento sul senso dello Stato. Perché mai, chiediamocelo, un magistrato (che con largo consenso dei colleghi è stato eletto al Csm) dovrebbe intervenire in una trasmissione televisiva in cui si discute delle responsabilità del Ministero nella gestione, in epoca di pandemia, del regime carcerario di condannati particolarmente pericolosi, per far sapere a tutti che il Ministro non volle nominarlo pure avendo egli dato la sua disponibilità? Un intervento del genere alimenta la sensazione che, essendo il governo dello Stato affidato alla politica, la magistratura ritenga di potere e dovere esercitare su quest'ultima una sorta di tutela.

Infatti, avendo il pubblico ministero lasciato intendere che se fosse stato nominato lui a quel posto l'accaduto non si sarebbe verificato, trasforma una questione politico-amministrativa in un problema giudiziario. Al contrario, dovremmo soltanto chiederci se la vicenda complessiva del trattamento di carcerati altamente pericolosi nell'epoca della pandemia sia stata gestita con la dovuta professionalità e competenza (e non con lo spirito di dilettanti allo sbaraglio). L'amministrazione del Dap non richiede supereroi o magistrati simbolo. Richiede amministratori capaci e competenti e un Ministro che sappia sceglierli e che sappia bene indirizzarli. Questo è il compito della politica. Senza interferenze.

 

 

 

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it