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Roma. "Tornare sé stesse dopo il carcere" PDF Stampa
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di Sergio Pannocchia


uisp.it, 10 maggio 2020

 

Sentirsi libere dietro le sbarre. La storia di Francesca, ex detenuta del carcere di Rebibbia, e di Ilaria Nobili, responsabile settore danza Uisp Roma. Quando si è in carcere, bisogna organizzarsi le giornate. Si va dalla scrivana e si fanno le richieste per corsi e attività da poter svolgere. Nasce qua la storia di Francesca, ex detenuta del carcere di Rebibbia, e di Ilaria Nobili, responsabile del settore danza dell'Uisp Roma e operatrice a Rebibbia per le donne. Un legame nato in modo naturale attraverso un'intesa spontanea avvertita fin dal primo incontro.

Francesca ha sempre avuto la musica nel sangue e da piccola ha svolto lezioni di danza classica, che ha abbandonato però col crescere dell'età. Quando ha trovato il corso di danza sportiva dell'Uisp nel carcere, spinta dalla passione si è segnata.

Dopo l'incontro con Ilaria Nobili, il lunedì era diventato il giorno più importante, il giorno che aspettava con più ansia, come un bambino aspetta il carretto che porta i gelati. Quell'ora di lezione è divenuta in breve tempo una vera e propria evasione dalla prigione: era il momento in cui poteva dare libero sfogo alla propria espressione, ai propri movimenti. In poche parole, il tempo passato in compagnia con la danza si poteva chiamare libertà.

Per Francesca seguire le lezioni di Ilaria è stato molto importante. La danza l'ha aiutata a ritrovare se stessa, ma anche ad allentare la tensione che si creava all'interno di un contesto dove bisogna avere un determinato tipo di comportamento e seguire le regole. Era l'ancora di salvezza a cui aggrapparsi con tutte le forze.

L'istruttrice Uisp ritiene che lo sport è sempre stato ed è tuttora di grande importanza. In particolare, la danza è l'unica cosa che rende liberi all'interno di un contesto difficile come il carcere. È fondamentale nella danza, ricorda Ilaria, non tanto la tecnica e il movimento del corpo ma ciò che fa sentire la danza, la sensazione di libertà che fa provare a chi balla.

Ilaria si approccia ad ogni persona allo stesso modo e non prepara lezioni differenti a seconda del contesto. È abituata a prendere ogni donna per mano e a condurla ad essere se stessa. La grande differenza tra una situazione come quella di Rebibbia e la realtà esterna è la forte sensazione di restrizione: lo spazio è sempre quello, stessi orari e stessi suoni riprodotti. Il carcere, come afferma Ilaria, fa parte della città e le relazioni che nascono al suo interno sono le stesse che accadono tra di noi.

Quando si sono incontrate, Ilaria ha avuto la sensazione di conoscere Francesca da sempre ed è rimasta colpita subito da una ragazza sempre sorridente, che accoglieva e spronava tutte le compagne di corso. Francesca è stata la persona che ha coinvolto e fatto iscrivere al corso altre detenute, il ponte che ha unito Ilaria con le altre ragazze.

Per Ilaria, l'appuntamento di danza era diventato uno scambio emotivo con tutte le ragazze oltre che un momento in cui ognuna di esse esprimeva cosa voleva ottenere dalla lezione settimanale. Inizialmente è stato difficile, perché le ragazze si erano divise in piccoli gruppetti per via della nazionalità, ma con il tempo il gruppo si è amalgamato e tutte sono diventate donne che facevano semplicemente danza insieme. Ogni lezione non era mai preparata ma costruita di volta in volta a seconda delle loro esigenze. L'assenza poi di agenti in palestra portava le detenute a essere più sciolte sia nella mente che nel corpo.

La danza rende liberi e rappresenta, come affermato da Francesca, la luce in una zona di ombra. Insegna ad avere sempre il sorriso in volto, aiuta a riflettere e a migliorare il rapporto con gli altri. Un legame, quindi, quello tra Francesca e Ilaria, che abbatte pregiudizi e che si fonda sulle prime sensazioni. Una storia che ci aiuta a capire quanto sia importante, nei momenti di difficoltà della vita, catturare i piccoli aiuti che ci vengono dati per tornare a respirare ed essere sé stessi.

 

 

 

 

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