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Kenya e Somalia, un incubo lungo 18 mesi. Gli 007 italiani riportano Silvia in Italia PDF Stampa
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di Francesco Grignetti


La Stampa, 10 maggio 2020

 

Prigioniera degli Shabaab, liberata con la collaborazione dei servizi turchi. Oggi il rientro a Roma. È stata una prigionia interminabile, per la giovane Silvia Romano. Diciotto mesi nelle mani dei suoi rapitori, che l'hanno spostata almeno tre volte in altrettanti villaggi. Quasi sempre nella zona più interna e desolata della Somalia. E le caratteristiche del territorio quasi hanno fatto saltare la liberazione, perché l'area a 30 km da Mogadiscio dove l'avevano portata per lo scambio, in questi giorni è sottoposta a piogge torrenziali, le strade sono alluvionate e ci sono decine di migliaia di sfollati.

C'è voluto un sovrappiù di testardaggine, insomma, per riportare Silvia a casa. Ma anche lei dimostra una tempra eccezionale. Ha tenuto testa alla paura per un anno mezzo. E non ha mancato di farlo notare a chi le ha parlato, nel tragitto dalla boscaglia verso la città: "Sono stata forte e ho resistito".

Sì, Silvia è stata forte. Ci ha creduto, che l'avrebbero tirata fuori dall'incubo. E gli 007 italiani non l'hanno delusa. Quel che ignora, è che anche quando anche tutto sembrava a posto, riscatto compreso, non c'è stata certezza del lieto fine finché non ha varcato materialmente la porta dell'ambasciata, s'è abbracciata con l'ambasciatore Alberto Vecchi e non ha chiamato casa. "Sto bene e non vedo l'ora di tornare in Italia". Ora possiamo dirlo con certezza: a rapirla erano stati gli al Shabaab, il gruppo islamista che taglieggia la Somalia, si batte per instaurare un regime islamico e combatte il governo legittimo con autobombe e gruppi armati. Bande molto pericolose perché terroristi che odiano l'Occidente, ma anche predoni che apprezzano i soldi. Ci sono voluti 18 mesi, insomma, ma i servizi segreti dell'Aise ce l'hanno fatta, grazie ai buoni contatti con le forze somale e grazie anche alla sponda dei servizi segreti turchi che in quella fetta di mondo hanno buona ramificazione.

Ora l'Italia intera esulta, a cominciare dal Presidente della Repubblica che ha voluto parlare personalmente con il padre della ragazza e dal premier Giuseppe Conte. Ma se c'è una persona da ringraziare in particolare è il generale Luciano Carta, che tra una settimana lascerà il comando dell'Aise ed è riuscito a coronare il suo periodo di comando con questo successo. Silvia, 23 anni, una fiducia incrollabile nella bontà del mondo, era partita da Milano per portare aiuto ai bambini di uno sperduto villaggio del Kenya, Chakama, a circa 80 chilometri dalla città di Malindi, ma terribilmente vicina al confine somalo. Al di là di una boscaglia, un Paese fuori controllo. Di qua, una parvenza di legalità e benessere.

Il 20 novembre 2018, una sera, Silvia decise di andare a fare spese nel centro commerciale. Non sapeva di essere seguita da giorni. Un gruppo di balordi locali aveva visto nella giovane occidentale una preda facile. Tre di loro sono stati individuati e arrestati quasi subito, ma già troppo tardi. L'avevano ceduta ai somali. E i carabinieri del Ros, il pm Sergio Colaiocco, e l'Unità di Crisi della Farnesina, a quel punto hanno capito che Silvia era stata ingoiata in un buco nero.

Si iniziava un'altra partita, affidata esclusivamente ai servizi segreti. Lungo tutto il 2019 ci sono stati mesi di silenzio, false piste, presunti mediatori che si rivelavano dei cialtroni. Nel frattempo in Italia ogni tanto qualche articolo squarciava il silenzio, ma molto spesso erano illazioni. La famiglia Romano ha incassato tutto con encomiabile forza d'animo. Si sono sparse molte voci. Anche che Silvia fosse morta. Chiacchiere. E intanto l'Aise andava avanti. "Un lavoro condotto nel silenzio, con grande professionalità e sprezzo del pericolo", ricorda il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.

A gennaio di quest'anno, di colpo s'è sparso un certo ottimismo tra chi seguiva il caso. Con il passare delle settimane, l'ottimismo s'è consolidato. La via "turca" prometteva bene. Quando poi è arrivato un video con la prova che Silvia era in vita, le cose hanno cominciato a correre. L'Aise ha rinforzato la squadra in loco. Ieri mattina è partito un aereo per riportare l'ostaggio a casa. Nelle stesse ore, si organizzava lo scambio sul terreno. I somali hanno messo a disposizione uomini e mezzi per garantire il rientro degli italiani alla base. Alle 17 italiane, avute tutte le conferme, palazzo Chigi ha dato la notizia. Da quel momento è stato un diluvio di reazioni. "Sapere che finalmente potrà tornare in Italia mi rende orgoglioso del nostro governo", dichiarava il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

 

 

 

 

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