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Boss a casa, Bonafede in alto mare. Il Quirinale vigila sul decreto PDF Stampa
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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 9 maggio 2020

 

Si cerca di evitare il rischio incostituzionalità. In settimana il testo all'esame del governo. Non tutti i passaggi sono a posto. E quindi è ancora da definire il decreto che il ministro Alfonso Bonafede avrebbe voluto annunciare all'Italia già due giorni fa.

I profili di costituzionalità sono delicatissimi e al Quirinale, dove un testo non è ancora arrivato, mostrano fiducia nei tecnici legislativi del ministero della Giustizia, che mai potrebbero scalfire autonomia e indipendenza della magistratura. Tra martedì e mercoledì, il ministro sarà in Parlamento per affrontare il tema delle scarcerazioni.

Nel frattempo si pensa che il consiglio dei ministri avrà deliberato il meccanismo delle revisioni da parte della magistratura di Sorveglianza. Il tema è il reale pericolo di contagio, se il rischio sia attuale o no. Nella lista dei 456 scarcerati (la somma dei 376 fino al 25 aprile, più gli 80 dei dieci giorni seguenti) tra l'altro non sono soltanto boss vecchi e malati, gli scarcerati di questi giorni. Ci sono anche molti giovani.

C'è ad esempio Gian Claudio Vannicola, 38 anni, arrestato nell'ambito di una spettacolare operazione dei carabinieri nel gennaio scorso a San Basilio, nella periferia di Roma, con l'accusa di essere uno degli organizzatori della piazza di spaccio che aveva come vertice la famiglia Marando di Platì (Reggio Calabria).

Vannicola, in costante contatto con i calabresi, non aveva documentato un particolare stato di salute e la procura di Roma si era opposta alla scarcerazione, ma ora è ai domiciliari. Simile la posizione di Christian Primavera, 26 anni, arrestato 1'8 novembre 2018 e accusato - insieme ad altri due giovanissimi - di essere il capo dello spaccio al Tufello. Ha sostenuto di aver avuto una polmonite negli anni precedenti e a causa dell'emergenza coronavirus è stato scarcerato. Anche per lui, la procura aveva dato parere negativo alla scarcerazione.

Due pesci abbastanza piccoli, eppure erano detenuti nel circuito di Alta Sicurezza 3. Siccome una buona metà degli scarcerati è tornata nel Napoletano, è lì che c'è la preoccupazione maggiore. Si prenda il caso del comune di Arzano, a un tiro di schioppo da Scampia, territorio del clan Amato-Pagano. Ad Arzano sono rientrati Giosué Belgiorno, classe 1990, un giovane sicario di camorra, condannato a 20 anni per avere ucciso a badilate un avversario.

E ad Arzano è rientrato anche Pasquale Cristiano, 1989, boss emergente fino al suo arresto nel 2014. Il loro arrivo fa temere che si apra un conflitto perché nel frattempo la cosca di Arzano si è sottomessa al potente clan di Secondigliano e secondo i giornali locali, i due non accetterebbero la nuova situazione. Si trema anche in Puglia, ad Andria: Valerio Capogna, 27 anni, figlio di Vito, che fu ucciso in un agguato due anni fa, assieme al fratello Pietro aveva deciso di vendicare la morte del padre. I due fratelli sono stati arrestati nel febbraio scorso per detenzione di armi, compreso un kalashnikov. Piano omicida aggravato dal metodo mafioso.

In Sicilia, a Catania, torna a casa Andrea Venturino, 24 anni, cognato del boss Andrea Nizza. Era stato arrestato nel 2016 dai carabinieri nell'operazione Carthago, che ha sgominato un ramo del clan Santapaola. Li chiamavano "i picciotti di Librino" ed erano disposti a uccidere per garantirsi l'egemonia sullo spaccio.

Trema anche la provincia di Reggio Calabria, seconda per numero di scarcerati che sono tornati a casa nell'ultimo mese. Rientra a Lamezia Terme, ad esempio, il giovane Marco Cosimo Passalacqua, classe 1997, condannato in primo grado a 8 anni nel processo Crisalide, l'operazione che fece sciogliere il Comune per infiltrazione mafiosa.

 

 

 

 

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