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"Uno Stato è forte quando rispetta i diritti. Anche quelli di un mafioso" PDF Stampa
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di Valentina Stella


Il Dubbio, 1 maggio 2020

 

Intervista a Franco Coppi, giurista e avvocato. In un periodo così delicato per l'amministrazione della giustizia, in cui i principi fondamentali dell'ordinamento vengono messi in discussione, l'analisi del professore e avvocato Franco Coppi è una utile bussola che ci aiuta ad orientarci nella giusta direzione.

 

In questi giorni hanno suscitato molte polemiche le scarcerazioni di alcuni boss mafiosi per motivi di salute. Secondo alcuni magistrati lo Stato si è indebolito. Qual è il suo punto di vista?

Se non sbaglio tutti questi personaggi vengono "scarcerati" per motivi di salute. Non è che ad un certo momento vengono mandati a spasso perché le carceri sono piene o lo Stato cede al ricatto di qualcuno. Sono persone le cui condizioni sono incompatibili con il regime carcerario. Il nostro ordinamento è pieno di disposizioni che stabiliscono che se una persona si trova in uno stato di salute tale da renderla incompatibile con la reclusione in carcere viene sospesa l'esecuzione della pena o si concedono i domiciliari. La regola è questa, anche se si tratta di un boss mafioso, e la forza dello Stato sta proprio nel rispettare le regole, piacciano o non piacciano.

 

Sul fronte politico quasi tutti sono contro queste concessioni di misure alternative a carcere. Matteo Renzi ha detto: "Io sono un garantista convinto. Ma essere garantisti non significa scarcerare i super-boss"...

Se il boss si trova in una situazione di salute tale per cui non risulta più curabile in carcere, trattenerlo lì dentro significa trasformare la pena in un trattamento disumano che l'articolo 27 della Costituzione vuole sia bandito dal nostro sistema.

 

Si può essere garantisti con il "ma" davanti?

O si è garantista o non lo si è: non esiste il garantista a metà soprattutto rispetto a delle situazioni che sono puntualmente previste dall'ordinamento e che devono portare a certe determinate soluzioni.

 

Queste affermazioni vanno ad alimentare quel populismo penale per cui i mafiosi sono dei sanguinari (non sapendo ad esempio che Pasquale Zagaria non si è mai macchiato di reati di sangue) che non hanno più diritti e per cui dobbiamo buttare la chiave. Come rispondere?

Espressioni come "buttare la chiave" o "deve marcire in carcere" non dovrebbero far parte del vocabolario di uno Stato forte che amministra la giustizia con equilibrio. Il vecchio Beccaria avvertiva e ammoniva che mai una persona può essere trasformata in cosa. I diritti fondamentali sono riconosciuti dall'ordinamento penitenziario a tutti i detenuti, anche ai responsabili di reati di mafia. In questo a mio avviso c'è la dimostrazione della forza dello Stato.

 

In questi giorni si discute molto anche del processo da remoto. Il decreto legge presentato due giorni fa ha scongiurato il peggio. Secondo lei, come originariamente concepito, avrebbe offerto un buon servizio ai cittadini e alla macchina della giustizia?

Ritengo di no. In passato è stato compiuto uno sforzo per dare al Paese un processo tutto fondato sull'oralità, sull'immediatezza del contatto tra le parti e sulla cross examination, mentre il processo da remoto, così come concepito inizialmente, contraddiceva tutte queste caratteristiche che il processo penale dovrebbe avere. Aggiungo che mi sarebbe parso di difficile praticabilità un processo di quel genere quando ci si trova di fronte ad un procedimento con una pluralità di imputati, con decine di testimoni. Non dobbiamo dimenticare che in ogni grosso tribunale - pensiamo a Roma o Milano - si celebrano decine di processi al giorno. Si figuri l'organizzazione che sarebbe necessaria per mettere in atto qualcosa del genere.

 

Per come era immaginato, il processo da remoto non avrebbe permesso la pubblicità dell'udienza e la presenza della stampa. Su questo punto cosa pensa?

La pubblicità dell'udienza è un fatto che viene spesso sottovalutato. Ma rappresenta il controllo della collettività su come si amministra la giustizia, è partecipazione ad essa, quindi è un dato che non può essere sottovalutato.

 

In questo momento che ministro della Giustizia vorrebbe?

Mi piacerebbe avere un ministro della Giustizia capace di valutare i risultati conseguiti con il cosiddetto nuovo codice di procedura penale e che sappia prendere atto anche dei suoi fallimenti disastrosi, per poi avere il coraggio di riesaminare la situazione, eventualmente rivalutando qualche cosa del passato. Non è detto che tutto quello che è passato sia cattiva merce.

 

A cosa si riferisce?

Questa idea della prova che si deve formare nel contraddittorio delle parti, per cui tutto quello che è stato raccolto in fase istruttoria non deve essere messo a disposizione del giudice prima del dibattimento perché si teme che l'organo giudicante possa formarsi un pregiudizio, ha fatto sì che processi che con il vecchio codice si potevano concludere in due/tre udienze, oggi vengono trattati in venti/ trenta udienze, con distacchi temporali incredibili tra l'una e l'altra. Ciò arreca uno svantaggio enorme, ad esempio, al principio dell'oralità e della formazione del giudizio aderente agli atti processuali. Ecco, questo sarebbe proprio il momento in cui ci si dovrebbe mettere attorno a un tavolo per esaminare freddamente e lucidamente qual è lo stato dell'arte.

 

 

 

 

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