Sabato 26 Settembre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

La pandemia che penetra in cella PDF Stampa
Condividi

di Dale Zaccaria


comune-info.net, 20 aprile 2020

 

Il contagio del virus nelle carceri italiane continua a diffondersi, ma solo quando le Asl decidono di effettuare i tamponi, i casi emergono. Fino ad ora si è a conoscenza di circa 300 persone risultate positive, secondo quanto riportato da Il Riformista, ma il promesso screening di massa non è mai stato fatto e i dati sono sempre scarsi e affluiscono molto lentamente. Il diritto alla salute, fino a prova contraria, va garantito anche ai detenuti e il sistema attuale certo non lo consente. Intanto, anche la Corte europea di Strasburgo ha espresso preoccupazione per come si sta gestendo nelle carceri italiane la situazione determinata dal virus.

L'epidemia Covid 19 non si placa, ha contagiato il mondo intero lasciando morte sul campo persone anziane e giovani, medici e assistenti sanitari. Tra coloro che pagano il prezzo più alto c'è naturalmente anche tutto il mondo degli invisibili, dei senza tetto, degli ultimi, delle fasce più povere della popolazione e poi loro, i reclusi, quelli rimasti senza un'ora di libertà.

Secondo l'Associazione Antigone, per ridurre i rischi di contagio dovrebbero uscire altri 8-10 mila reclusi. Oltre ​6 mila i detenuti in meno negli istituti penitenziari italiani dall'inizio dell'emergenza sanitaria: gli ultimi numeri aggiornati, forniti dal Garante nazionale dei detenuti il 17 aprile, parlano di ​54.998 presenze nei penitenziari, ​a fronte delle 61.230 del 29 febbraio.

Dopo la morte di un 58 enne nel carcere di Voghera e i casi positivi nelle varie carceri del paese, Antigone ha lanciato, all'inizio di aprile, un appello "anche alla magistratura ordinaria, affinché si possano rivedere i provvedimenti di custodia cautelare in carcere attualmente eseguiti. Nel nostro paese, il tasso di custodia cautelare supera il 30%, anche solo riportarlo alla media europea del 21% significherebbe far uscire migliaia di persone che potrebbero attendere l'eventuale condanna in detenzione domiciliare. È importante che gli organi giudiziari, in questo momento, facciano ciò che non hanno saputo fare quelli esecutivi e legislativi".

Anche il Sottocomitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura e il Commissario per i diritti umani del consiglio d'Europa "hanno aggiunto la propria voce al coro, invitando i governi ad adottare al più presto tutte le misure possibili di prevenzione, compresa la riduzione del numero dei detenuti. Il rischio è che le carceri diventino focolai di diffusione del virus, con conseguenze drammatiche per chi in carcere vive e lavora, ma anche per le comunità di cui il carcere è parte".

L'Italia è il paese con il tasso più alto di sovraffollamento penitenziario. Lo rilevava il Rapporto di metà anno di Antigone, reso pubblico nel luglio 2019. Mediamente, si attestava al 119%, anche se le carceri delle regioni più colpite dal coronavirus hanno un tasso che supera il 130%.

Sono a rischio, in questi mesi, i carcerati, gli operatori penitenziari, ma non solo; sempre l'Associazione Antigone, in un comunicato dell'8 aprile scorso spiegava: "Qualora sia vero che non ci saranno modifiche rilevanti agli articoli 123 e 124 del decreto Cura Italia, per quanto riguarda le carceri, si commette un errore gravissimo, sulla pelle di operatori penitenziari, poliziotti, detenuti. In questa fase grave per il paese ci si affida giustamente in tutti gli ambiti ad esperti italiani ed internazionali per affrontare l'emergenza.

Questo per ora non sta avvenendo per le carceri, dove al ministero della Giustizia non ci si affida alle indicazioni provenienti da Onu, Consiglio d'Europa, Garante nazionale delle persone private della libertà e garanti territoriali, professori di diritto e procedura penale, alti magistrati a partire dal Procuratore generale presso la corte di Cassazione, avvocati, magistrati di sorveglianza, funzionari penitenziari, ma anche autorità morali come papa Francesco. Tutti chiedono misure urgenti e straordinarie per ridurre drasticamente il sovraffollamento. Misure che creino spazio fisico, misure utili ad assicurare il distanziamento sociale.

In carcere abbiamo bisogno di liberare 10 mila persone almeno mandandole ai domiciliari o in misure alternative, anche perché sempre più sono gli operatori e i poliziotti costretti a stare a casa in quanto risultati positivi. Se c'è tempo si rimedi e si prendano provvedimenti incisivi. Evitiamo che le carceri diventino le nuove Rsa".

Antigone si rivolge dunque a chiunque abbia a cuore la salute delle persone e la solidarietà "affinché non si dia ascolto a chi dice - sono pochi ma influenti, pare - che in carcere si sta più sicuri e al riparo dal virus. Non è vero. Il carcere non è, al pari di tutte le strutture affollate, il luogo dove affrontare la pandemia. Si liberino tutti coloro che sono a fine pena, a prescindere dalla disponibilità dei braccialetti elettronici.

Si liberino tutti gli anziani e i malati oncologici, immunodepressi, diabetici, cardiopatici prima che contraggano dentro il virus che potrebbe essere letale. Si dia ascolto a chi le prigioni le conosce bene e non a persone che non hanno mai vissuto l'esperienza carceraria e non sanno cosa significhi respirare l'ansia e la tensione in quel contesto".

 

 

 

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it