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Covid-19, amnistie di massa ma i prigionieri di coscienza rimangono in carcere PDF Stampa
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di Riccardo Noury


Corriere della Sera, 20 aprile 2020

 

Il 17 aprile il governo di Myanmar ha decretato la più ampia amnistia di massa dell'ultimo decennio: ne hanno beneficiato esattamente 24.896 prigionieri. Alle prese col sovraffollamento (l'immagine è tratta da questo post) e con situazioni igienico-sanitarie deplorevoli, condizioni che aprono un'autostrada alla diffusione della pandemia da Covid-19 nelle carceri, molti governi si sono convinti a decongestionare i centri di detenzione.

In Indonesia sono stati rilasciati 30.000 detenuti; in Iran 85.000; in Turchia sono previsti, scaglionati nel tempo, 90.000 rilasci. In Etiopia 5600, in Kenya 5000, in Nigeria 2600, in Marocco 5654, in Tunisia 1420 e in Libia 1347.

A prima vista, anche se l'elenco da controllare è lunghissimo, tra gli amnistiati di Myanmar non figurano prigionieri di coscienza. In Bahrein rimangono in carcere Abdulhadi al-Khawaja e Nabil Rajab, in Marocco gli attivisti del movimento Hirak e-Rif, in Nicaragua i 70 prigionieri politici arrestati dall'aprile 2018. Per non parlare dell'Egitto, le cui carceri sono stracolme di attivisti per i diritti umani - tra cui Patrick Zaki - avvocati e giornalisti. In Iran, dove pure sono è stato concesso un permesso temporaneo (che si spera permanente) a diversi prigionieri di coscienza con pena non superiore ai cinque anni, restano in carcere tra gli altri l'avvocata Nasrin Sotoudeh e l'esperto in medicina dei disastri Ahmadreza Djajali. Com'è che molti governi preferiscono rilasciare ladri, corrotti e persino stupratori e assassini invece di rimettere in libertà chi in carcere non avrebbe mai dovuto mettere piede? La risposta la lasciamo a chi leggerà questo post, anche se pare intuitiva.

 

 

 

 

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