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La Libia è peggio del virus". L'appello in video dei migranti: riaprite le vie d'uscita legali PDF Stampa
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di Francesca Ronchin

 

Corriere della Sera, 19 aprile 2020

 

Sono almeno 600mila i migranti bloccati i Libia: tutti i canali legali di uscita sono interrotti. E i trafficanti offrono viaggi "a sconto" verso l'Italia. "La Libia fa più paura del Covid" e da quando è scoppiata la pandemia, "è persino peggio". Per i 600 mila migranti bloccati in Libia e in primis i 48mila richiedenti asilo registrati dall'Unhcr, forse non ci sono modi migliori per spiegare come la conseguenza principale dell'emergenza sanitaria è che i canali di uscita legali dal Paese, già compromessi dalla guerra, si sono ormai interrotti.

"Ho chiamato l'ufficio dell'Oim per essere evacuato ma non mi hanno risposto" racconta un ragazzo somalo dal centro di detenzione di Zawiyah e la sua è una delle tante testimonianze che Michelangelo Severgnini, videomaker e autore del progetto "Exodus Voci dalla Libia", è riuscito a raccogliere in questi giorni. Da anni attraverso il metodo della geolocalizzazione setaccia il web nel tentativo di far emergere le voci di chi si aggancia ogni volta ci sia un WiFi, dentro e fuori i centri di detenzione. Questa volta, grazie all'uso delle mascherine, strategiche nel proteggere l'identità dei migranti, possiamo vedere anche i loro volti.

Sospesi reinsediamenti e rimpatri volontari - Il ragazzo somalo è uno dei tanti che aspettano di essere evacuati grazie ai programmi coordinati dall'Unhcr presso il Gathering and Departure Facility di Tripoli. A causa dell'inasprirsi dei combattimenti però, lo scorso il 30 gennaio l'Unhcr ha deciso di abbandonare il centro perché la prossimità con i luoghi di esercitazione delle milizie avrebbe potuto facilmente trasformarlo in un obiettivo militare. Là dove non è arrivata la guerra però è arrivato il Coronavirus. In seguito alle restrizioni ai viaggi aerei internazionali e alla decisione da parte di molti Paesi africani di limitare gli ingressi, il 18 marzo Iom e Unhcr hanno sospeso l'intero programma di reinsediamento in paesi terzi e quello dei rimpatri volontari che dal 2017 ad oggi aveva permesso a 14700 migranti di tornare nel proprio Paese d'origine.

Con il lockdown strade ancora meno sicure - Dopo i bombardamenti del centro di detenzione di Tajoura e lo spostamento di centinaia di migranti dal centro di detenzione di Abu Salim, dall'estate scorsa il centro di raggruppamento e partenza di Tripoli ospita 1200 migranti a fronte di una capienza di 600. Per ovviare al sovraffollamento nei mesi scorsi l'Unhcr aveva attivato un "programma di assistenza urbana" per la fornitura di kit d'igiene e soprattutto soldi con cui incentivare i migranti a cercarsi una sistemazione autonoma a Tripoli. Con il lockdown però, molti migranti hanno preferito tornare nei centri di detenzione ufficiali perché "fuori è persino peggio", "il rischio di estorsioni e crimini da parte delle milizie è più alto di prima".

"Se hai la pelle scura meglio non farti vedere in giro" spiega una ragazza della Nigeria mentre mostra con il telefonino la strada deserta che circonda la casa della famiglia libica presso la quale vive come schiava. "In Nigeria come in altri paesi dell'Africa subsahariana ci sono molti più contagi che qui in Libia per questo i libici sono convinti che il virus lo portiamo noi, ci trattano come untori".

Con la crisi i trafficanti abbassano i prezzi - Con la comunità internazionale alle prese con la pandemia, nelle ultime settimane il conflitto sembra essere aumentato d'intensità. Martedì le milizie di Serraj supportate dalla Turchia hanno strappato le città di Sorman e Sabratah al controllo di Haftar. In un Paese già strangolato dalla guerra e dal blocco della produzione del petrolio dettato dalle tribù dell'est, il lockdown imposto dalla pandemia è un'ulteriore stretta alle possibilità di trovare lavoro e quindi soldi per pagare i trafficanti. A quanto pare però, per andare "incontro alla crisi" i prezzi del viaggio verso l'Europa si sono abbassati e dai canonici 1500 dollari a i trafficanti possono chiedere poco più di 700. Un modo per incentivare le partenze dopo un mese di magra. Con solo 241 arrivi in Italia contro i 1342 di gennaio e 1211 a febbraio, il mese di marzo ha interrotto un trend che da settembre 2019 viaggiava al ritmo di circa 50 sbarchi al giorno.

Dopo il calo di marzo a Pasqua boom di partenze - Nonostante la pandemia in Europa e l'assenza totale in mare di mezzi di soccorso dopo mesi in cui le ONG si alternavano per una media di 4 navi al mese, per tutto il mese di marzo le partenze rallentano ma non si fermano. Da dati Iom 603 migranti vengono intercettati dalla Guardia Costiera Libica mentre tentano la traversata, quasi la metà di quelli di gennaio (1072) e febbraio (1109).

A fine mese l'aria cambia. Il silenzio sul Mediterraneo viene interrotto dall'arrivo della Alan Kurdi che il 30 marzo annuncia la partenza verso l'area Sar libica dichiarandosi pronta ad eventuali "outbreak management plan" e di essere in continuo contatto con le autorità tedesche. Il 6 aprile soccorre 156 migranti e si dirige verso Pozzallo. Dopo un tam tam di messaggi su whatsapp, il 9 aprile Exodus dà la notizia di un infittirsi delle partenze: "Ogni notte c'è qualcuno che tenta la traversata" scrive un migrante.

"Proprio ieri tre gommoni sono partiti da Zawiyah, hanno paura della guerra e la vita in questo momento è molto dura". Due giorni dopo, nel weekend di Pasqua, nel Mediterraneo è allarme. Alarm Phone, la linea telefonica di emergenza a supporto dei soccorsi nel Mediterraneo, dà l'allarme: ci sono tre target in mare e uno di questi ad oggi risulta ormai disperso. Tra arrivi, dispersi e intercettati dalla Guardia Costiera Libica, solo nelle prime due settimane di aprile i tentativi di partenza raggiungono quota 1500 più di tutto il mese di marzo.

Dalla Tunisia alla Libia per partire - Lo stop delle vie di uscita legali, i prezzi scontati, la speranza di intercettare le navi di soccorso, sono fattori che i migranti considerano. "Dopo tre anni in Libia ero scappato in Tunisia - racconta un ragazzo somalo con tanto di mascherina - due mesi fa sono rientrato, ho visto che c'erano varie navi di salvataggio e volevo imbarcarmi da Zawiyah. Poi però è scoppiata l'epidemia del corona virus e ora non so che fare. Siamo nelle mani dei trafficanti, decidono loro di noi".

Altri dichiarano di voler restare in Tunisia e sperare nelle vie legali. Con molti di loro Severgnini è in contatto da tempo. "I migranti seguono tutto quello che succede sui social, tutti hanno Facebook, ci mettono un attimo a vedere quello che si muove davanti alle coste libiche o a entusiasmarsi quando Alarm Phone scrive su twitter #nessunosialasciatoindietro.

Io cerco di spiegare loro che è pericoloso. I gommoni usati dai trafficanti non sono fatti per lunghe traversate. Servono vie legali". Ridurre il rischio che i migranti si affidino ai trafficanti mettendo così a rischio la propria vita era stata definita "una priorità" anche dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen. Dopo aver evacuato 1476 destinatari di protezione internazionale nel 2019, per il 2020 l'UE ha annunciato la disponibilità di 30mila posti, numeri complessivi però, da spartire con i migranti fermi in Libano, Giordania e Turchia, e soprattutto promesse pre pandemia.

Se le agenzie internazionali non concentreranno i loro sforzi nella riapertura e implementazione dei canali legali di uscita, è possibile che nelle prossime settimane, complice il bel tempo, si assista ad un boom delle partenze via mare, e probabilmente, di morti. "Resistere alla possibilità di prendere un gommone e arrivare in Europa in due settimane non è facile" racconta un ragazzo da un centro accoglienza nel sud della Tunisia "ma se si diffondesse la voce che i ricollocamenti dalla Tunisia funzionano, sono sicuro che molti in Libia non ci andrebbero più".

 

 

 

 

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