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Il coronavirus fa esplodere le disuguaglianze sociali in Italia PDF Stampa
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di Alberto Magnani

 

ilsole24ore.com, 13 aprile 2020

 

La crisi del Covid-19 dovrebbe "colpire tutti". In realtà si farà sentire soprattutto sulle fasce più deboli, esacerbando le fratture sociali in Italia. Magda Baietta dirige da oltre 20 anni la Ronda della carità, un'organizzazione milanese di volontariato che assiste i più deboli con centri di accoglienza, "pacchi viveri" e soccorso ai senza tetto. Pochi possono dire di aver conosciuto la povertà più da vicino. "Ma una cosa simile - confessa - non l'avevo mai vista in vita mia".

Quella "cosa" è la crisi innescata dal coronavirus, l'epidemia che sta travolgendo da settimane la Lombardia, l'Italia e il resto del mondo. Per lei, le statistiche su disoccupazione e calo dei redditi si traducono in un conteggio più immediato:? "Qualche settimana fa consegnavamo pacchi viveri a 35 famiglie, ora sono già diventate 45 - racconta - E per la maggioranza si parla di italiani nelle case popolari della città, dal Giambellino al Gallaratese".

Si è detto che l'epidemia di Covid-19 colpirà trasversalmente, con impatti economici che vanno dalle multinazionali ai piccoli commercianti di periferia. Ma gli effetti di lungo termine non saranno uguali per tutti, anzi. L'emergenza Covid-19 sta accentuando le disuguaglianze già radicate nel sistema italiano, in tutte le loro declinazioni:?centro e periferie, tutelati e precari, oltre al dualismo originario tra fasce di reddito elevate e minime. "Non è più una povertà generica, è una povertà di sopravvivenza" spiega Baietta.

Perché le disuguaglianze stanno esplodendo - L'Italia era un paese "disuguale" anche prima che esplodesse il virus. L'indice di Gini, una misura sulla disuguaglianza calcolata su una scala da 0 a 1, arrivava nel 2018 allo 0,33,?uno dei valori più alti su scala Ue (la Francia è a 0,29, la Danimarca a 0,26). Secondo i dati di Oxfam, una organizzazione no-profit, il 20% della popolazione deteneva nel 2020 l'equivalente del 70% di una ricchezza complessiva di 9.297 miliardi di euro, contro il 13,3% nelle mani del 60% più povero della popolazione. Le cose non vanno meglio in termini di mobilità sociale, se si considera che in Italia occorrono cinque generazioni per migliorare il proprio status socio-economico e il 31% dei figli di genitori a basso reddito è "condannato" allo stesso livello di entrate della sua famiglia. La crisi economica del covid-19, annunciata da tracolli del Pil fino al -10%, potrebbe divaricare ancora di più la polarizzazione tra chi sta bene e chi sta male, esacerbando le sue cause profonde:?dal dualismo lavorativo tra tutelati e precari al blocco dell'emancipazione sociali tra classi e generazioni.

"In Italia esiste un chiaro divario generazionale e un mercato del lavoro duale - spiega Enrico Bergamini di Bruegel, un think tank - In presenza di uno shock generalizzato i posti di lavoro più a rischio saranno quelli meno tutelati, e la dualità sarà ancora più evidente". A farne le spese potrebbero essere, tanto per cambiare, le nuove generazioni. Un report del Center for Economic and Policy Research, un centro studi di Washington, ha evidenziato che i lavoratori più giovani saranno i più esposti alla crisi per la maggiore diffusione di contratti a termine, impieghi saltuari o la proliferazione dei "lavoretti" della gig economy.

Negli Usa si è assistito al boom senza precedenti di sussidi di disoccupazione, esplosi dai 650mila del 2009 ai 6 milioni toccati nell'aprile 2020. In Italia, con le dovute proporzioni, l'effetto rischia di essere altrettanto (o forse più) critico grazie alla crescita di sotto-occupazione, part-time involontario e lavoro full-time mascherato da tirocinio. Il Forum disuguaglianze e diversità, ricorda Bergamini, stima un totale di 2-3 milioni di precari in aziende resilienti e 4 milioni alle prese con lavoro saltuario o irregolare.

Ovviamente non ci sono "solo" giovani e precari. La crisi potrebbe affossare tutte le fasce più vulnerabili della popolazione:?anziani con basso livello di reddito, immigrati, lavoratori in nero esclusi da qualsiasi meccanismo di cassa integrazione, i rider della gig economy obbligati a ritmi folli di consegna senza aumenti di tutela. E poi il mondo degli "invisibili" del mercato del lavoro, come gli indipendenti. Rosario Curia, 34 anni, ha lavorato come ingegnere in uno studio (con "contratti di tirocinio e nero") prima di reinventarsi come fotografo. Ora la crisi ha azzerato le sue commesse almeno fino a maggio, ma non può nemmeno accedere al bonus dei 600 euro perché?già percettore del reddito di cittadinanza. "Certo è che magari rappresento una minoranza, un caso raro - dice - ma così mi sento veramente messo da parte."

Quel divario tra centro e periferia - Il danno può essere anche a livello sanitario, visto che le categorie più deboli finiscono anche per esserele più esposte a situazioni insalubri. Da un lato c'è l'esercito di lavoratori "essenziali" e impossibilitati a lavorare da remoto, ad esempio nelle fabbriche rimaste aperte anche durante i picchi della crisi. Dall'altro c'è un fattore legato alle abitazioni:?le fasce più povere tendono a concentrarsi in quartieri più densamente popolati e quindi meno "salutari" nell'ottica di un contagio (o più alienanti per una convivenza forzata fra le mura domestiche).

Un nuovo capitolo del divario fra centro e periferia che si esprime, in questo caso, nel confronto tra metri quadri disponibili. Un'ulteriore analisi del Bruegel ha rilevato che, in Italia, i cittadini che rientrano nel 10% delle famiglie con redditi più elevati hanno a disposizione una media di quasi 76 metri quadri pro capite. Quelli che rientrano nel 10% più basso si fermano all'esatta metà, 33 metri circa pro capite. Le abitazioni più ampie, e quindi più costose, sono occupate da inquilini con un grado di istruzione superiore e impiegati in lavori ad alto reddito, in larga parte convertibili in forme di smart-working.

Gli appartamenti più ridotti, registra l'indagine, sono popolati da una fascia di inquilini con un grado di istruzione inferiore, associati a "lavori a termine e più difficili da eseguire da remoto". Negli Stati Uniti la dinamica della "disuguaglianza abitativa" si è già manifestata nel più alto caso di decessi da Covid-19 nella popolazione afro-americana. I numeri sono da allarme. A Chicago, a quanto riporta il quotidiano britannico Guardian, i cittadini afro-americani incidono sul 70% dei contagi pur rappresentando appena l 30% della cittadinanza.

Radicalizzazione o coesione? - Se lo shock è certo, le conseguenze della frattura sociale non lo sono ancora. Giampaolo Nuvolati, ordinario di Sociologia dell'ambiente alla Bicocca di Milano, pensa che le disuguaglianze esasperate dalla crisi conducano a due reazioni opposte:?la radicalizzazione politica o, viceversa, uno spirito di coesione figlio della crisi. Nel primo caso, si sono già registrati focolai di tensione nelle aree più povere del Paese, mentre l'insoddisfazione per la crisi potrebbe dare la spinta alle forze "anti-establishment" che orbitano soprattutto all'estrema destra.

Nel secondo, quello più ottimistico, si potrebbe pensare (o sperare) in un a clima di ricostruzione simile a quello del dopo-guerra. Un parallelismo, non a caso, evocato a ripetizione quando si immagina il risveglio dalla pandemia: "Guardiamo a I e II guerra mondiale - dice Nuvolati. Nel primo caso i vari Paesi mostravano forme di risentimento, di rivalsa, di rabbia che diede vita a forme di radicalizzazione politica, in particolare alla nascita del fascismo e del nazismo". Nel secondo dopoguerra però, aggiunge, "pur con tutte le contrapposizioni tra i vari schieramenti a prevalere fu un sentimento di collaborazione e unità che ha portato a 70 anni di crescita e di benessere in Europa". I tempi della ripresa, comunque, sono ancora lontani. E prima del rimbalzo del 2021 ci sarà un tracollo nel 2020. Il fronte è comune, ma il "nemico invisibile" non colpisce tutti allo stesso modo.

 

 

 

 

 

 

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