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I contagi trai detenuti aumentano, solo 1.361 sono usciti per il decreto "Cura Italia" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 9 aprile 2020

 

La preoccupazione del garante per i pochi provvedimenti adottati. L'Emergenza Covid-19 ha stravolto le nostre vite. Per ridurre il rischio di essere contagiati siamo costretti a restare a casa e a rispettare misure straordinarie. La prima tra tutte è il rispetto della distanza sociale e la chiusura di qualsiasi luogo dove c'è assembramento.

Quattro però sono i luoghi inevitabilmente aperti dove sono concentrate le persone: gli ospedali, le Rsa, i centri per immigrati e le carceri. Non è un caso che, ad esempio, si sta evitando il ricorso alle ospedalizzazioni, se non per questioni di necessità. I luoghi ospedalieri sono le prime fonti di contagio e quindi si evita di sovraffollarle. I luoghi chiusi, a differenza di qualche uscita infelice, non sono al riparo del contagio. Ma proprio il contrario.

Ecco perché l'Organizzazione mondiale della sanità ha più volte posto l'accento al pericolo dei luoghi chiusi, in particolare proprio gli istituti penitenziari. Oltre alla gestione sanitaria interna, l'Oms si è raccomandata espressamente di "prendere maggiormente in considerazione il ricorso a misure non detentive in tutte le fasi dell'amministrazione della giustizia penale, anche nelle fasi cautelari, processuali, e di esecuzione della condanna".

Ma perché è così importante ridurre il sovraffollamento? Serve per poter creare idonee zone di isolamento per i soggetti che necessitano di quarantena e di cure. A oggi, nella maggior parte delle carceri, è di impossibile applicazione. È in ascesa il numero del contagio: il guardasigilli ha comunicato che sono 58 i detenuti positivi, 11 dei quali sono ricoverati in ospedale. Sono 178, invece, gli agenti penitenziari contagiati.

Il pericolo è quindi dietro l'angolo, tant'è vero che autonomamente la regione dell'Emilia Romagna sta cercando di reperire strutture per accogliere quei detenuti che hanno il requisito per i domiciliari, ma essendo senza un'abitazione sono costretti a rimanere in carcere. Altre iniziative degne di nota arrivano dalla magistratura di sorveglianza di Torino che ha disposto i domiciliari a 7 detenuti risultati positivi al tampone, per incompatibilità con il carcere.

Il governo ha recepito questo pericolo, con tanto di raccomandazioni provenienti anche dall'Onu e dal Consiglio d'Europa? Sembrerebbe di no. Mentre si avvicendano notizie di nuovi contagi tra la popolazione penitenziaria, ieri c'è stata la discussione in Senato con tanto di attacchi pesanti da parte della Lega che ha usato le stesse argomentazioni del magistrato Nino Di Matteo: "Guai agli indulti mascherati". In realtà le misure del governo non solo non si avvicinano nemmeno lontanamente agli indulti (si parla di misure alternative, non di rimessa in libertà), ma non hanno nemmeno la possibilità di far ridurre notevolmente la popolazione carceraria come da più parti viene auspicato. Due sono state le modifiche apportate agli articoli 123 e 124 del decreto "Cura Italia". Una è addirittura peggiorativa. Nell'articolo 124 del decreto, quello relativo alle licenze per chi è ammesso alla semilibertà, rispetto all'originale si aggiunge: "salvo che il magistrato di sorveglianza ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura". Per quanto riguarda l'utilizzo dei braccialetti, si aggiunge un margine di 30 giorni a chi supera i sei mesi di pena residuo per poterne fare a meno.

Purtroppo gli effetti del decreto sono agli occhi di tutti. Dei 4.000 detenuti in meno rispetto a circa un mese fa, ovvero dal varo della misura, solo 1.361 hanno usufruito delle detenzioni domiciliari utilizzando sia la nuova previsione dell'articolo 123 del decreto-legge 18/2020, sia quella prevista dalla normativa antecedente (L. 199/2010).

Mentre sono state date 405 licenze a persone in semilibertà. Il resto è dovuto in minima parte al calo degli arresti in flagranza di reato (effetti del lockdown) e la maggior parte al lavoro di alcuni magistrati di sorveglianza che cercano di applicare in maniera più decisa le misure alternative già previste dal nostro ordinamento penitenziario. Situazione evidenziata dal Garante nazione nel suo bollettino: "Non si può tacere la preoccupazione per il più lento ritmo di adozione di provvedimenti conseguenti agli articoli 123 e 124 del recente decreto n. 18".

 

 

 

 

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