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Mauro Palma: "Nei penitenziari si rischia l'ecatombe" PDF Stampa
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di Alberto Laggia

 

Famiglia Cristiana, 9 aprile 2020

 

"Occorrono misure urgenti. Il pericolo di un'epidemia irrompe in una situazione già compromessa", dice Mauro Palma. E gli agenti penitenziari denunciano: "per noi le condizioni sono ancora più disastrose di quelle dei reclusi".

Come una tempesta che si abbatte su chi è già bagnato fradicio. Fuor di metafora: "Dentro le carceri l'incubo del coronavirus ha fatto irruzione in una situazione di preesistente, pesantissima precarietà e sofferenza". E il 2 aprile scorso è deceduto il primo detenuto contagiato, Vincenzo Sucato. Aveva 76 anni ed era in ospedale, agli arresti domiciliaci. Un'emergenza nell'emergenza.

E il dibattito politico sulla possibilità di utilizzare l'amnistia o l'indulto "causa pandemia" si infiamma dopo le rivolte negli istituti di pena e le misure "svuota-carceri" inserite nel decreto Cura Italia.

Abbiamo sentito il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, sull'attuale situazione dei quasi 58 mila reclusi nelle carceri italiane dentro l'emergenza Covid-19.

"In questi luoghi si sommano due stati d'ansia", spiega, "quella che proviamo tutti noi nei confronti di qualcosa di distruttivo, invisibile, che è il virus, e quella specifica di chi vive in un luogo come il carcere in cui, a causa delle condizioni ristrette e di chiusura, è di fatto impedita la messa in atto delle elementari misure anti-contagio: dalle distanze minime al lavaggio frequente delle mani. Le domande angosciose che in questi giorni rimbalzano tra le mura delle prigioni sono ossessivamente le stesse: come evitare il contagio? E se scoppiasse dentro il carcere? Quali misure per evitare il diffondersi dell'epidemia?

Per ora i pochi casi sono sotto controllo: i contagiati tra le persone recluse sono una ventina. Più problematica è la situazione del personale di Polizia penitenziaria, degli operatori, specie quelli sanitari, che vanno ed escono dal carcere. Abbiamo pensato poco a loro e più alla morbilità dei detenuti. Non nego i grandi sforzi dell'amministrazione penitenziaria in questo senso, ma esiste una intrinseca vulnerabilità della realtà carceraria italiana", osserva ancora il Garante, "a cui si deve aggiungere un ulteriore motivo di sofferenza dovuto a una cronica situazione di malessere di questo mondo, evidenziata anche dall'alto numero di suicidi (nel 2019 sono stati 53 tra i detenuti e 11 tra gli agenti, ndr)".

Il problema centrale, non certo scoppiato con la pandemia, è quello del sovraffollamento degli istituti di detenzione. Cosa ci dicono i numeri? Che al 31 marzo, nei 191 istituti di pena italiani le persone detenute, registrate in cella, sono 57.576 (58.035, comprendendo coloro che sono in permesso), a fronte di una capienza regolamentare di 51.419 posti (a cui bisogna sottrarne però 3.974, perché attualmente non disponibili anche a causa delle devastazioni avvenute nelle ultime rivolte), quindi diecimila detenuti in eccedenza rispetto ai posti.

La madre di tutte le emergenze, quindi, si chiama alleggerimento di questo soprannumero. "Se domani avessimo nuovi casi di contagi da mettere in isolamento, dove potremmo ricoverarli?", si chiede Palma, che afferma: "Urgono interventi più coraggiosi ed efficaci di quelli messi in atto finora per decreto, che hanno sì portato a una diminuzione in un mese di tremila unità (agli inizi di marzo si era a quasi 61 mila detenuti, ndr), ma evidentemente non basta.

Si devono creare subito spazi nuovi per tutelare detenuti, personale di sorveglianza, ma anche il resto della collettività". Il Garante allude alla scarsa incisività delle misure "svuota carceri" stabilite dal decreto Cura Italia.

"Non è proprio questo il tempo di riaprire l'annoso dibattito tra filosofie opposte sul concetto di pena, dividendosi tra chi ha una visione dell'esecuzione penale più aperta alle misure alternative e chi è, al converso, legato alla sua funzione retributiva. Né ha senso discutere di indulto. Ora è in gioco qualcosa di più alto, e cioè la tutela della salute e il valore stesso della vita. Rifacendomi allo stesso recente appello del Santo Padre, dobbiamo andare all'essenzialità della questione: il fine su cui convergere tutti è questo e non altri, e l'unico atteggiamento possibile è quello preventivo". Detta in altri termini, "si deve avere meno paura di accelerare" - afferma Palma - "i ritorni alla libertà di detenuti che comunque entro un anno, massimo 14 mesi, sarebbero fuori.

E, in questo senso, farei attenzione a non discriminare tra la popolazione carceraria chi non ha un domicilio: tenerli costretti in carcere per questo motivo diventerebbe una discriminazione classista intollerabile". Il Garante segnala poi un secondo tipo di intervento straordinario, stavolta limitato nel tempo, che dovrebbe aggiungersi al primo: la temporanea sospensione dell'esecuzione penale in carcere, sostituita anche in questo caso con i domiciliari, per un periodo di 3-4 mesi, per tutti quei detenuti che abbiano particolare vulnerabilità rispetto al contagio, già prevista dal nostro Ordinamento penitenziario per un certo tipo di malattie gravi.

"Penso, per esempio, all'abbassamento dell'età dai 70 ai 65 anni per l'accesso al 47ter dell'O.P., che permette la detenzione a casa", precisa. Per ultima la questione braccialetti elettronici obbligatoriamente da fornire a chi esce prima: "Inattuabile in tempi brevi", taglia corto.

"Il loro utilizzo lo prevedrei, ma solo ove sia possibile. Tralascio infine di commentare la proposta di costruire nuove carceri per affrontare l'emergenza Covid-19: non scherziamo, i tempi medi per edificare e aprire una prigione in Italia vanno dai 5 ai 10 anni. Insomma, le proposte devono avere il ritmo comparabile a quello della diffusione dell'epidemia".

Secondo quanto afferma, invece, l'Osapp, il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria, le condizioni nelle carceri sono, se possibile, ancor più disastrose per i poliziotti penitenziari che per i reclusi. I dati forniti dall'Amministrazione penitenziaria dicono di n6 agenti positivi al coronavirus a fronte di 19 detenuti.

"Numeri che riteniamo di molto inferiori alla realtà", afferma Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp. Perché questa sproporzione del contagio tra agenti e reclusi? "Non dipende solo dal fatto che i poliziotti provenienti dall'esterno del carcere possono avere più probabilità di contaminarsi, ma anche dalle modalità con cui viene impiegato il personale: molte direzioni di istituti tendono a impiegare comunque il personale, se asintomatico. Mentre i detenuti vengono messi in isolamento se entrati in contatto con positivi, i poliziotti vengono messi sì ad altri servizi e non a contatto con la popolazione detenuta, ma restano a contatto con altri colleghi, operando a distanze ravvicinate".

 

 

 

 

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