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Luigi Compagna: "In carcere nessun rispetto per la salute delle persone" PDF Stampa
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di Viviana Lanza

 

Il Riformista, 9 aprile 2020

 

"È un tema affrontato con tempi di provocazione da parte del ministro della Giustizia e l'insensibilità del premier Conte e del Capo dello Stato desta qualche sgomento". Parla della questione carceri Luigi Compagna, senatore, docente universitario di Storia delle dottrine filosofiche e consigliere della Svimez. Ed è critico nei confronti della politica per come quest'ultima sta affrontando una situazione drammatica: "Lo era già quando ero parlamentare ma fu in qualche modo ridotta da alcuni interventi dell'allora governo Berlusconi, con l'allora ministro Alfano".

 

In che modo?

"Già a quell'epoca pensavo che fosse necessario un provvedimento e presentai un disegno di legge di amnistia e indulto. Il capo dello Stato, che era Giorgio Napolitano, fece un appello al Parlamento per ottenere l'approvazione di un provvedimento del genere. Questo provvedimento, faccio un inciso, è diventato difficilissimo, perché implica di essere votato articolo per articolo con una maggioranza dei due terzi. Mentre l'amnistia era agli onori delle cronache parlamentari fin troppo. Erano i tempi in cui, come gruppo di pressione, il super-partito degli avvocati non era affatto più debole del super-partito dei magistrati che poi si sarebbe scatenato con tutt'altri intenti".

 

Cosa accadde?

"Napolitano fece un appello molto apprezzato nel mondo dei giuristi, dei magistrati e dei professori di diritto ma alla fine non fu discusso né alla Camera né al Senato. Quindi, da questo punto di vista, le provocazioni di Bonafede vengono abbastanza da lontano".

 

Come vede la situazione attuale?

"La misura è colma. Tra l'altro, in un Governo che ha istituzionalizzato la procedura del decreto legge, soltanto nei confronti delle carceri la violazione della Costituzione è così fortemente all'ordine del giorno".

 

Lei ha visitato molti istituti di pena, soprattutto in Campania. Qual è la maggiore criticità?

"Oltre il sovraffollamento, quella sanitaria è la questione più difficile da affrontare. E non dipende dal Coronavirus. In carcere, anche quando viene prescritta la visita specialistica, è difficilissimo accompagnare un detenuto in ospedale. Lo si fa una volta ma poi sono richiesti sforzi che molto spesso non sono alla portata del personale penitenziario. La condizione dei detenuti negli anni è peggiorata e il diritto alla salute e quello al lavoro sono due beffe, due fallimenti assoluti".

 

Una soluzione è possibile?

"Il problema è la normativa. Bisogna snellire le procedure".

 

 

 

 

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