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Basta dietrologie e congetture: la giustizia al tempo del Covid non è la tomba delle garanzie PDF Stampa
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di Eugenio Albamonte*

 

Il Dubbio, 9 aprile 2020

 

La sospensione delle attività giudiziarie è stata prorogata all' 11 maggio. È una scelta giusta ed auspicata anche dall'Anm, che prende atto di una situazione sanitaria generale che, nonostante qualche iniziale segnale di miglioramento che tutti speriamo si consolidi, espone ancora a gravi pericoli di contagio.

Non è possibile, tuttavia, immaginare che la giustizia rimanga pressoché immobile fino alla nuova data stabilita con il decreto in via di pubblicazione. Attualmente, infatti, nel settore penale si trattano soltanto gli atti urgenti, soprattutto gli arresti, mentre i processi con detenuti - consentiti dalle norme sull'emergenza - di fatto non si stanno svolgendo perché pochissimi sono gli imputati ed i loro difensori che ne fanno richiesta. Nel frattempo gli uffici giudiziari si stanno attrezzando velocemente, grazie ad efficaci strumenti informatici di video conferenza messi a disposizione dal Ministero di Giustizia, per poter svolgere, a distanza, le attività giudiziarie necessarie e consentite dal decreto sull'emergenza.

Mancano però le norme processuali che consentano di svolgere le indagini preliminari e l'attività giudiziaria consentita, in situazione di assoluta sicurezza per l'imputato e la persona offesa, per i testi e i consulenti, per il personale amministrativo e per avvocati e magistrati, attraverso questi strumenti di video conferenza.

La mancanza di tale regolamentazione non consente, allo stato, di celebrare i processi che potrebbero essere fatti, né di avviare seriamente le indagini relative anche soltanto ai reati più direttamente connessi all'emergenza sanitaria. Nel frattempo la giustizia penale sta accumulando un grave ritardo che sarà difficile recuperare se non con grande sforzo e con molto tempo, dopo la cessazione del pericolo. Il Governo ha, in verità, iniziato un lavoro di scrittura di queste norme, presentando emendamenti in sede di conversione del decreto legge n. 9/20.

Per il penale si disciplina l'acquisizione a distanza di alcune prove testimoniali e la partecipazione al processo in video conferenza del giudice e delle parti. Alcuni organi di informazione anticipano anche la presentazione di emendamenti relativi allo svolgimento a distanza di alcuni atti di indagine.

Immediatamente si è sollevato un coro di voci contrarie, animato principalmente da alcuni esponenti politici e dell'Unione Nazionale delle Camere Penali. Contrarietà radicale ed ideologica, che non affronta nel merito le singole proposte e le respinge in blocco, in ragione dell'interferenza negativa che, la gestione del processo attraverso sistemi di video conferenza, avrebbe sempre e comunque sui diritti della difesa.

Ma c'è di più, tutte le critiche si fondano su un retro pensiero in base al quale staremmo assistendo ad una riforma occulta del processo penale in chiave inquisitoria, destinata a diventare definitiva dopo l'emergenza corona virus. In buona sostanza si mirerebbe, con la scusa dell'epidemia e del necessario utilizzo di strumenti tecnologici avanzati per consentire la celebrazione di alcuni processi senza esporre a rischio di contagio le persone, ad eliminare, o a drasticamente ridurre, le garanzie del giusto processo. Quindi meglio che rimanga tutto immobile e che la giustizia penale non funzioni se non per le emergenze fino al cessato pericolo.

Onestamente mi sembrano suggestioni del tutto destituite di fondamento. Non voglio dire che tutte le norme proposte siano condivisibili e non meritino miglioramento. Non voglio dire che gli interventi ipotizzati siano tutti privi di incidenza sull'effettivo esercizio delle garanzie processuali. Ma non posso ipotizzare che norme come quelle che consentono la dislocazione del giudice in luogo diverso dall'aula o la partecipazione alla camera di consiglio in video conferenza possano essere in nessun modo transitate nel processo penale dopo l'emergenza. Non si tratta di interventi destinati a modificare permanentemente la struttura del processo e non è certo questo il momento per tali operazioni.

L'irruzione delle nuove tecnologie telematiche nel processo penale, fenomeno certamente auspicabile per le sue potenzialità benefiche, merita una approfondita valutazione che di sicuro oggi non è consentita. In particolare sarà necessario valutare con estrema ponderazione quanti e quali interventi innovativi siano possibili senza interferire sulle garanzie processuali e sulla loro concreta attuazione.

Tale preoccupazione non è certo soltanto dell'avvocatura; è fortemente avvertita anche dalla magistratura italiana che ha interiorizzato le garanzie processuali rendendole una componente imprescindibile della propria cultura e che quotidianamente le tutela anche quando non altrimenti presidiate. Occorre allora sgombrare il campo dalle illazioni e dalle dietrologie ed iniziare, avvocati, magistrati, e parti politiche a ragionare sul merito delle norme proposte per apportare miglioramenti ove necessario, facendosi carico però del momento assolutamente emergenziale che stiamo vivendo e dell'insostenibilità civile e democratica del prolungamento di questa fase di sostanziale congelamento della giustizia penale anche soltanto per un altro mese.

*Magistrato

 

 

 

 

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