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In carcere #andratuttobene soltanto se ognuno ci mette del suo PDF Stampa
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di don Marco Pozza

 

Il Mattino di Padova, 9 aprile 2020

 

Aggiustare è un termine che piace a pochi: troppo laborioso, lento. Meglio un tutto-nuovo, da scartare in fretta. Dentro il carcere, invece, "aggiustare" è la missione: "Qui si riparano uomini rotti" potrebbe essere la scritta da appendere fuori dagli istituti di pena. Come, in altre officine; s'annuncia una nuova vita per una macchina rotta, una sedia sfasciata, una veste sfilata.

Chi abita la galera ne è convinto: "Se mi cercassi mi troveresti lì, nel mucchio di cose rotte che pochi hanno voglia d'aggiustare". Vero anche il contrario: non puoi aggiustare quello che vuol rimanere rotto.

Nella Casa di reclusione di Padova, nell'emergenza, si è scelto di fare "i giapponesi": quando riparano un oggetto rotto, esaltano le crepe, riempiendole d'oro. Sono convinti, loro, che quando qualcuno ha subito una ferita ma ha mantenuto salva la storia, diventa ancora più bello e prezioso. Da prete, vivo la stagione del Covid-19 in galera: come le vacche d'estate fanno l'alpeggio per scansare il caldo, sopravvivo alla buriana del virus assieme a gente che, in altri tempi, è considerata un virus per la città.

Sono i giorni in cui mi accorgo, osservando come la comunità del carcere gestisce un'emergenza doppia, dell'alta lezione civica della quale è capace. Ci sono stagioni nelle quali la vita in carcere sembra una partitella di "guardie e ladri", "tutti contro tutti", "chi vuol essere il migliore": sono i tempi più bui da tingere, l'uomo detenuto diviene trofeo da esibire, la carità si perde nel vanto d'averla fatta. Certe volte, capita, si butta a terra l'uomo per fargli pagare il prezzo del soccorso.

È nell'emergenza, però, che una comunità si mostra per quello che è: un insieme di uomini che, per non soccombere, si prende per mano e tenta di stare in piedi sulle onde. In questi giorni - privati, giocoforza, del volontariato - contemplare questo mondo all'opera è una lezione di navigazione su mari esagitati. Il direttore, come un sindaco di paese, dalla mattina alla sera staziona sul fronte: c'è uno scudo protettivo da creare attorno, tensioni da governare, paure da rincuorare, buon-senso da mostrare.

Certi pomeriggi pare d'assistere ad un consiglio comunale, maggioranza e opposizione: regole da ribadire e fabbisogni ai quali rispondere, ordinanze da rispettare e magistrati da interpellare, divieti da ribadire e urgenze cui rispondere. Più che la recita di un monologo, è il dialogo a entrare in scena.

Gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, poi, sono gli esploratori di quest'inferno sommerso: li vedo compatti in questi giorni, professionali all'osso, popolati da tensioni ed emotività. Dal loro esempio, più che l'aggiustare capisco il prevenire: ci sono persone che si possono aggiustare prima che si rompano.

È il fiuto di chi è allenato a riconoscere tempi e modalità. Avvicinare l'uomo nel pieno della rabbia è un azzardo prima che una missione: non si può nemmeno aggiustare ciò che vuole rimanere rotto. Li guardo all'opera e intuisco quanto è fortunato l'uomo ad incontrare un uomo nel momento in cui per società non è quasi più uomo.

Altrove le rivolte hanno messo sotto-sopra tutto: qui, se si sono scansate, non è stato per un destino fortuito, ma per un intelligente anticipo di collaborazione quando Covid-19 pareva l'ultimo carro di carnevale.

"Di che cosa si lamentano, allora, se funziona così?" obietterà qualcuno. Non va tutto bene: la mancanza del volontariato è cocente, la scuola è un'assenza che intristisce, il via-vai di bontà è stato arrestato fuori. I pasticceri hanno voglia di tornare ad impastare, i redattori a scrivere, gli artisti ad operare: i fedeli a pregare. Non "va tutto bene".

È che i poveri sanno riconoscere che, al tempo delle vacche magre, anche l'istituzione sa offrire quel po' di latte ch'è capace di mungere pur senza avere grandi allevamenti a disposizione. Qui #andratuttobene è un'offesa all'intelligenza: non andrà tutto bene niente se, ciascuno, non ci mette del suo. Il virus, qui, batte addirittura la giustizia più giusta: è uguale per tutti. Tutti uguali.

(In cartaceo su Il Mattino di Padova" del 27 marzo 2020)

 

 

 

 

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