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Covid-19 e contact tracing: l'ipotesi modello Seul anche da noi PDF Stampa
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di Aldo Natalini


Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2020

 

Modello Seul anche nel nostro Paese? Da più parti lo si invoca, con i dovuti adattamenti. La tracciabilità digitale dei potenziali contagiati da Covid-19 aprirebbe la strada all'utilizzo, da parte del Governo, dei dati geo-referenziati di flusso telefonico, per fini emergenziali di sanità pubblica.

Si attuerebbe così, con app e algoritmi, la regola delle "quattro T" dell'Oms: "Trova il contagiato, isolalo, Testalo, Tratta ogni caso e Traccia ogni contatto".

In applicazione dell'articolo 76 del Dl Cura Italia è nata una task force governativa guidata da Walter Ricciardi per "studiare soluzioni innovative, tecnologiche e di digitalizzazione al fine di contrastare e contenere il diffondersi del coronavirus".

Obiettivo del gruppo di lavoro è emulare, con i dovuti adattamenti, le migliori pratiche internazionali, sperimentando tecnologie digitali di contact tracing attraverso i telefonini che consentono di ricostruire la catena di contatti, prevenire le trasmissioni di contagio.

Tutto questo grazie alla geo-referenziazione dei soggetti più esposti al virus - contagiati (asintomatici, paucisintomatici) o a rischio contagio (anziani) - e attraverso l'identificazione dei singoli focolai su mappe molto precise che permettono di controllare il fattore di riproduzione.

Parallelamente il ministro per l'Innovazione tecnologica, Paola Pisano, il 23 marzo scorso ha diramato un invito pubblico alle aziende, università, enti e centri di ricerca "che hanno già a disposizione piattaforme o le possono in brevissimo tempo adattare, tecniche e algoritmi di analisi e intelligenza artificiale, robot, droni e altre tecnologie per il monitoraggio, la prevenzione e il controllo del Covid-19 nel rispetto dei principi della privacy, sicurezza ed etica, che possano essere utilizzati per il supporto ai pazienti così come dalla Protezione civile e gli altri Enti interessati". "Innova per l'Itala" insomma è alla ricerca di tecnologie all'avanguardia: non solo app, ma anche robot che svolgano attività generalmente effettuate dagli operatori sanitari e droni per disinfettare le aree pubbliche e monitorare dall'alto il rispetto dei presidi sanitari.

La raccolta dei big data - Ci ha già pensato da tempo la Nso - l'azienda israeliana specializzata in spyware - che ha annunciato di aver sviluppato una tecnologia in grado di dare un contributo importante al contrasto all'epidemia da coronavirus analizzando enormi volumi di dati per mappare i movimenti delle persone contagiate e per identificare con chi sono venute in contatto. I Big data, per l'appunto.

Nell'attuale contesto informatizzato in cui pressoché tutti i contenuti media sono resi disponibili in digitale e gran parte delle attività economiche e sociali sono migrate su internet, le interazioni di noi utenti, sia di tipo online che offline, generano grandi quantità di dati (sulle condizioni di legittimità della rilevazione effettuata mediante cookies v. Corte di giustizia, Grande Sezione, 1° ottobre 2019, causa C-673/17).

I servizi online, spesso alimentati dagli utenti stessi, costituiscono una fonte enorme di Big data: dalla posta elettronica, alla navigazione satellitare, ai social networks, i cui i fruitori caricano i propri contenuti (foto, video, testi), condividendoli pubblicamente sulle piattaforme, sulle app e sui siti internet. A ciò si aggiunge la raccolta dei dati generati dalle funzionalità dei dispositivi personali (quali smartphone, tablet e pc).

Le attività degli utenti, anche in assenza di interazione diretta col dispositivo, generano dati (offline) e possono fornire informazioni rilevanti sui comportamenti e sulle preferenze degli individui: si pensi, per tutti, ai dati di geolocalizzazione degli individui forniti dagli smartphone.

I social e molte applicazioni - come Fb, Google maps, mytaxi, Uber, Find-my-phone, Deliveroo - usano il Gps degli smartphone per dare l'esatta posizione del telefonino, autorizzata dal possessore nelle condizioni iniziali. E si tratta di localizzazioni precisissime, che leggono l'indirizzo di casa (numero civico compreso).

Allo stesso modo, le videocamere di sorveglianza, nel riprendere la presenza e i movimenti degli individui in una certa zona, acquisiscono dati che poi possono essere elaborati al fine di inferire informazioni sui flussi delle persone. Ma anche gli strumenti di pagamento elettronici consentono di acquisire informazioni sui comportamenti di acquisto e sulle preferenze degli utilizzatori.

Dopo la Corea, l'esperimento lombardo - Ora si tratta di capire come poter utilizzare - legittimamente - questa massa di dati per sconfiggere il nemico invisibile che ci attanaglia.

La Corea del Sud, dopo aver puntato sui test a tappeto, sfruttando la propria legislazione sanitaria, ha fatto largo impiego delle applicazioni mobili, attingendo a Gps per il contact tracing ei dati delle transazioni delle carte di credito per creare una mappa del contagio in tempo reale, utile anche per allertare le persone che potrebbero aver incrociato un infetto.

Da par nostro, nelle scorse settimane la regione Lombardia, dopo il lockdown, per capire quanti abitanti ancora fossero in movimento, ha analizzato gli spostamenti "da cella a cella" dei telefonini usando i dati messi a disposizione dalle compagnie (registrando un calo solo del 60 per cento).

In questo caso, a legislazione vigente, sono stati utilizzati dati anonimi sui flussi di mobilità aggregati, offerti da Vodafone e Tim sul numero di cellulari agganciati alle antenne in un dato momento, senza risalire all'identità degli utenti.

È stata una versione light rispetto a soluzioni più articolate e delicate che si stanno studiano in questi giorni per controllare la diffusione dell'epidemia. L'acquisizione di trend di mobilità, purché effettivamente anonimi, è la strada più facilmente percorribile e la meno invasiva, ma serve solo per fini di intelligence politica.

Tecnologie di contact tracing - Per fini di prevenzione epidemiologica, solo un sistema di tracing dei singoli contagiati e dei loro contatti stretti può essere realmente utile nel contrasto all'epidemia. Nondimeno per poter trattare (legittimamente) i dati identificativi degli utenti, senza il loro consenso, sono necessarie adeguate garanzie che solo una disposizione di legge e per di più a efficacia temporalmente limitata può assicurare.

Peraltro la valutazione relativa alla geo-localizzazione, quale strumento di ricostruzione della catena epidemiologica, ha un senso solo se esiste, a monte, un divieto assoluto di spostamento per una certa categoria di persone (ad esempio per quelli isolati individualmente o per quelli residenti in una "zona rossa"); diversamente, potrebbe apparire una misura del tutto sproporzionata se non anche inutile quando dovesse coinvolgere soggetti che, sia pure a certe condizioni, possono muoversi.

Si tratta, insomma, di compiere scelte legislative e tecnologiche trasparenti, efficienti, proporzionali e coerenti tra obiettivi perseguiti e strumenti utilizzati, sulla base di progetti concreti fondati su dati e algoritmi, per i quali va garantita esattezza, gradualità, qualità e revisione ove necessario.

La cornice sovranazionale - Il margine di manovra normativa per comprimere la privacy, senza annientarla del tutto, è fissato nell'articolo 23 del regolamento Ue n. 679/2016, che prevede "limitazioni", tra l'altro, per fini di sicurezza pubblica e per importanti obiettivi di interesse pubblico generale dell'Unione o di uno Stato membro quali quelli in materia di sanità pubblica.

Lo stesso l'articolo 15 della Direttiva e Privacy n. 58/2002 dà la possibilità agli Stati membri di adottare ogni "misura necessaria, opportuna e proporzionata all'interno di una società democratica per la salvaguardia della [...] della sicurezza pubblica".

Prospettive de iure condendo: la sedes materiae - Entro questa cornice sovranazionale di riferimento, la sedes materiae "domestica" per un possibile intervento sul contact tracking ci sarebbe già: l'articolo 14 del Dl Sanità n. 14/2020 (in "Guida al Diritto", 2014, n. 14, pagine 77 e 78), in fase di conversione in legge (Atto Camera n. 2428, assegnato alla Commissione affari sociali di Montecitorio).

La nuova norma, per garantire la protezione dall'epidemia transfrontaliera del coronavirus, autorizza al trattamento dei dati sanitari dei pazienti gli operatori della protezione civile, i soggetti attuatori, l'Istituto superiore di sanità e le strutture (pubbliche e private) del Ssn; ciò anche allo scopo di una più efficace gestione dei flussi informativi e dell'interscambio dei dati clinici, più che mai indispensabile per fini di medicina preventiva e di indagini epidemiologiche.

Potrebbe allora prevedersi, per via emendativa, un'integrazione all'articolo 14 che autorizzi gli stessi operatori della protezione civile, i soggetti attuatori, il ministro della salute e le regioni, fino a cessata emergenza (31 luglio 2020: termine previsto dalla deliberazione del Cdm del 31 gennaio 2020) al trattamento dei dati di traffico telefonico, telematico e di geo-localizzazione, nonché a quelli disponibili sui dispositivi elettronici degli utenti, prevedendo altresì una verifica periodica in ordine alla persistenza della necessità, proporzionalità ed efficacia delle misure di tracciamento digitale che potrebbe essere affidato - sotto forma di parere obbligatorio - all'autorità garante per la privacy, che sarebbe chiamata a valutare in maniera indipendente la coerenza tra l'obiettivo pubblico perseguito e gli strumenti in concreto utilizzati.

Dovrebbe poi definirsi, sempre per legge, chi ha il dovere di tenere i dati digitali (provider telefonici, fornitori di servizi), i limiti di tempo della loro conservazione e da quando scatta l'obbligo di cancellazione, sempre nel doveroso rispetto dei principi di ragionevolezza, necessità e di gradualità del trattamento. L'emergenza può implicare una perdita di quota delle nostre libertà costituzionali, purché non avvenga in modo irreversibile e sproporzionato.

 

 

 

 

 

 

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