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I detenuti? Sono cattivi, chi se ne frega se crepano? PDF Stampa
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di Iuri Maria Prado


Il Riformista, 28 marzo 2020

 

C'è questa inciviltà supplementare nelle scelte politiche e di governo che trascurano la salute dei prigionieri: quelle scelte riguardano una categoria debole della società. Chi è costretto in prigione, infatti, è un soggetto debole già solo perché è sottoposto al potere dello Stato che gli rinchiude la vita in una cella. Il fatto che abbia commesso delitti (e non è scontato che li abbia commessi, visto che è perlopiù l'innocenza a sovraffollare il carcere) non dovrebbe implicare il diritto dell'ordinamento di lasciarlo in coda nelle politiche di tutela.

Semmai quella condizione di subordinazione al potere dello Stato che toglie la libertà ai detenuti dovrebbe essere mitigata da politiche preferenziali: appunto perché discutiamo di persone più deboli. Gli abitanti di un edificio in fiamme devono essere salvati perché sono in pericolo: non perché hanno la fedina penale a posto.

E il diritto del detenuto di veder tutelata la propria salute dovrebbe primeggiare sul suo obbligo di sopportare la pena. Così come la pretesa punitiva della società non dovrebbe escludere, ma supporre, l'obbligo dello Stato di tenere in cura tanto più attentamente la salute delle persone che incarcera. Sotto sotto, invece, ma spesso proprio apertamente, lavora il presupposto contrario: e cioè che si tratti di assicurare innanzitutto la salute dei cittadini "per bene", che è un modo solo diverso per dire appunto che alla minorazione ordinarla dei diritti dei detenuti deve a accompagnarsi il loro dovere di esporsi alla malattia senza tante storie.

Sappiamo amaramente che nessun politico (sottolineo: nessuno, nemmeno tra i pochi pur meritoriamente impegnati a riaffermare i diritti dei detenuti) reperisce il coraggio necessario a spiegare che lo Stato non dovrebbe occuparsi "anche" della salute dei carcerati, ma "innanzitutto".

Innanzitutto perché lo Stato dovrebbe risentire e dimostrare colpa e rimorso, non indifferenza, nell'esercitare il proprio potere punitivo. L'azione pubblica dovrebbe chiedere scusa ai detenuti già solo per il fatto che li incarcera, e questa richiesta di perdono non dovrebbe essere formale ma concreta e fattiva: escludendo che i detenuti siano doppiamente puniti da uno Stato in tal modo doppiamente colpevole.

 

 

 

 

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