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Carceri sovraffollate: il Coronavirus, andar fuori e non saper dove andare PDF Stampa
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di Chiara D'Incà

 

triesteallnews.it, 28 marzo 2020

 

Con l'avvento dell'emergenza da Coronavirus sono molti i problemi che la Penisola deve affrontare; molti di essi sono di vecchia data e, con una situazione così instabile, tornano alla ribalta in maniera esponenziale. Uno di questi è sicuramente il sovraffollamento delle carceri che, a causa del timore legittimo del contagio, ha portato molti detenuti a protestare, sperando in una mossa politica atta a sbloccare questa situazione ormai stagna da anni. Una misura per far fronte ai troppi detenuti in poco spazio, in modo da avere nelle carceri numeri più accettabili per una nazione attenta ai diritti, è ad esempio la detenzione domiciliare prevista dal Decreto Cura Italia, che non tiene però conto di una questione fondamentale: molte delle persone che potrebbero accedere al beneficio previsto, e ridurre così il sovraffollamento negli istituti di detenzione, non hanno un luogo dove andare.

Così facendo si rischia di rimanere bloccati in una spirale che si avvita su sé stessa, senza uscita, facendo spola tra la problematica dei centri di detenzione e quella, rilevante, legata ai senzatetto: in queste giornate di quarantena, infatti, anche a causa del calo delle temperature dell'ultimo periodo, le persone senza dimora si trovano in ancor più difficoltà, ed è un altro grido sociale che, sulle piattaforme online, si leva dall'Hashtag #vorreirestareacasa. Su questo, nel Comune di Trieste, possiamo stare più tranquilli: l'amministrazione comunale ha infatti aperto un nuovo centro diurno per i senzatetto in modo da garantire a queste persone un riparo dal freddo in condizioni di sicurezza sanitaria.

Per quanto riguarda la detenzione domiciliare, ci si affida al fatto che coloro che non dispongono di una casa dove andare debbano trovare sistemazione nelle case di accoglienza, le quali per far fronte al rischio Covid-19 devono attivare delle misure igienico-sanitarie di igienizzazione e di uso di dispositivi di protezione individuale che hanno costi molto elevati. A queste strutture, che specialmente in periodi di emergenza come questi stanno già operando a pieno regime, viene chiesto di ricevere ancora altre persone, con cui non potranno fare un colloquio preliminare, spesso con patologie o con problemi di dipendenza e nel contempo senza adeguato supporto sanitario.

Il problema dunque non è di natura prettamente morale, ma altresì logistico: chi è in grado di attivare procedure per assegnare un medico di base alle persone che eventualmente accedano a misure alternative, quando già si fa fatica a telefonare e reperire il medico nelle ore di apertura ambulatoriale per chi è già in carico nelle strutture?

"Da anni il volontariato chiede trasparenza e maggior accesso ai fondi di Cassa Ammende, per poter implementare progetti di accoglienza che garantiscano serietà e capacità progettuale", sostiene in un articolo dedicato l'operatore Alessandro Pedrotti, sottolineando come fare accoglienza, seguire un detenuto domiciliare, significa accompagnare queste persone con personale volontario e personale retribuito.

"Significa che durante quelle 24 ore devi garantire a quelle persone un'accoglienza degna". Un impegno costante, dove spesso l'istituzione non tiene in considerazione la leva umana che azionerà il meccanismo e tutte le persone che, da queste scelte, dovranno dipendere, specialmente in questi tempi complessi e già di per sé estenuanti.

Con l'emergenza da Coronavirus infatti, gestire un centro di accoglienza significa tutelare e tutelarsi: avere tutti detenuti domiciliari, anche chi è libero o affidato deve stare rinchiuso, ciò significa dover mediare tutte le informazioni che arrivano dall'esterno, ascoltare le paure e le contraddizioni che un isolamento simile può far scaturire e soprattutto offrire alle persone la possibilità di sentirsi protetti. Per poter avere un'accoglienza rispettosa e responsabile bisogna riconoscere quando le condizioni non ci sono.

Cosa si può fare allora per venire a capo di un problema tanto ampio? "Si può fare un piano straordinario di accoglienza che può essere finanziato con Cassa ammende e con fondi straordinari. Un piano che preveda uno stanziamento significativo per sostenere tutte quelle iniziative che sgraveranno il sistema carcerario di quei 5 o 10mila detenuti che potrebbero usufruire delle misure straordinarie approvate e anche di quei detenuti che hanno un fine pena sotto i 4 anni e potrebbero tranquillamente accedere all'affidamento in prova" suggerisce Pedrotti.

 

 

 

 

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