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La detenzione degradante, un problema di civiltà PDF Stampa
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di Fabio Canavesi


L'Eco di Bergamo, 21 marzo 2020

 

In queste tragiche giornate in tanti non avrebbero voluto sentir parlare di carcere. Cosa è avvenuto nei giorni scorsi? In un momento difficilissimo in cui il coronavirus Covid-19 uccide migliaia di persone e costringe le altre a tenersi a distanza e a chiudersi nelle proprie case, nelle galere le voci si sono trasformate in urla di rabbia e di disperazione, in violenza contro sé stessi (il conto dei morti di metadone, overdose di farmaci e chissà cos'altro è lì a dimostrarlo) e contro le cose, provocando il panico negli operatori penitenziari e nei familiari.

Una voce piena di coraggio giunta dal reparto Terapia intensiva dell'ospedale di Bergamo mi ha detto che avrebbe voluto poter descrivere ai prigionieri in rivolta quanto pesante è la situazione dentro e fuori i nosocomi; quanto è angosciante guardare persone immobilizzate in un letto e tenute distanti, per la loro e l'altrui tutela, dai parenti ai quali non può esser concesso nemmeno uno sguardo e dai quali non possono ricevere nemmeno uno sguardo; quanto è doloroso accompagnarle verso la morte; quanto è triste pensare a loro, rinchiusi dentro le carceri.

Questo desiderio di comunicare con chi è privato della libertà è pieno di rispetto, nasce dall'osservazione della sofferenza e vuole sottoporre all'altrui attenzione un pensiero, la descrizione della quotidianità, il dolore osservato e conosciuto.

Altre giovani educatrici mi hanno raccontato delle enormi difficoltà che si stanno affrontando negli "appartamenti residenziali per persone con disabilità" e di quelle affrontate dai senzatetto.

Altre voci, impegnate in favore di una giustizia giusta ed equa, mi hanno detto, che è necessario chiedere a ogni individuo di aderire a un "senso di responsabilità collettivo", di fondare il proprio agire sul rispetto delle dignità e dei diritti altrui in un tempo che è comunque, come scrive Daniele Rocchetti, un tempo sospeso, inedito e imprevisto.

Qualcuno mi ha poi ricordato che in questo quadro generale di grandissima emergenza si inserisce allo stesso modo la condizione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio ove un numero elevato di persone vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie. Anche lì non sarebbe certo ipotizzabile, per i limiti strutturali propri dei Centri, immaginare l'applicazione delle misure (distanze, misure igieniche, uso di mascherine) previste dalle disposizioni nazionali di tutela sanitaria.

Le osservazioni propostemi sono a tutti gli effetti sollecitazioni tra loro vicine, maturate in luoghi diversi e strade che si svuotano, fatte da donne e uomini che stanno sfidando le parole contagio, esclusione, paura e ci parlano di un nuovo senso della comunità.

Mentre riguardo le immagini delle rivolte e riascolto il rumore delle battiture, mi pongo delle domande: sarebbe stato "opportuno" informare bene le persone private della libertà di come e quanto il Covid-19 stava modificando e mettendo in pericolo la vita, la condizione di salute, le abitudini dei cittadini liberi, comprese quelle dei loro familiari, e di cosa quello stesso virus avrebbe potuto provocare all'interno delle carceri? Le donne e gli uomini detenuti avrebbero accolto le voci di fuori?

Era possibile "preparare" prima alle restrizioni, non da poco, che si sono attuate per ragioni sanitarie, quali sono state la sospensione dei colloqui con i familiari, il blocco dell'ingresso degli insegnanti, dei ministri di culto, degli operatori sportivi, dei volontari?

E come è stato possibile non parlare prima della situazione delle carceri? "Una distrazione eloquente di come si intende che sia fuori dalla società e dalla città la prigione!", l'ha definita Franco Corleone, mentre Massimo De Pascalis, ex vice capo del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria, ha scritto "Quanto è accaduto non può esser presentato come qualcosa d'imprevedibile. Da quando è iniziata l'emergenza si è parlato di tutto tranne che di carcere, come se fosse una zona franca".

Sì, sarebbe stato non solo opportuno ma assolutamente giusto e loro avrebbero ascoltato.

Se non si ricevono strumenti di comprensione è difficile accettare una doppia reclusione, questo hanno pensato gli uomini saliti sui tetti di carceri sovraffollate, uomini le cui intelligenze non sono state interpellate e sollecitate, uomini di tutte le nazionalità, presumibilmente e soprattutto giovani con pene non lunghissime.

Dove le condizioni di vita sono inumane, dove non è possibile mantenere un metro di distanza dalle altre persone, dove cucina e cesso sono lo stesso piccolo spazio e i presidi sanitari non sono attrezzati per il contrasto di una simile emergenza né sono distribuite mascherine, il senso di impotenza e la paura aumentano, esplodono, bruciano.

Il costituzionalista Andrea Pugiotto scriveva: "La negazione del diritto del detenuto a uno spazio vitale incomprimibile stravolge la pena, trasformandola in autentica punizione corporale: il sovraffollamento carcerario, infatti, non è tanto mancanza di spazio, quanto piuttosto costrizione fisica all'interno di ambienti già saturi".

Stiamo parlando di detenzione inumana e degradante - la Corte europea dei diritti umani al riguardo ci ha già condannato nel 2013 - perciò è innegabile si tratti di un problema di civiltà, ora ancor più pressante, che può essere affrontato solo se saranno utilizzati provvedimenti urgenti, lungimiranti che sappiano decongestionare le carceri in tempi brevi, e che garantiscano quanto la nostra Costituzione all'art. 27 dichiara ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato").

L'epidemia Covid 19 è stata riconosciuta dall'Organizzazione Mondiale della Salute quale pandemia. Nessuno poteva affermare che le carceri fossero esentate dal rischio. Infatti, purtroppo, decine di casi di positività sono stati riscontrati fra i detenuti sull'intero territorio nazionale.

Tutti avrebbero dovuto, tutti devono riconoscere che le donne e gli uomini che ci vivono sono soggetti attivi ai quali è doveroso destinare la verità e l'umanità.

 

 

 

 

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