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Detenuti morti a Modena, i tossici in carcere proprio non ci devono stare PDF Stampa
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di Carlo Giovanardi


loccidentale.it, 21 marzo 2020

 

La rivolta nelle carceri italiane, in particolare nel carcere di Modena, e le sue tragiche conseguenze pongono una serie di interrogativi ai quali sino ad ora non sono state date risposte adeguate. Premetto di considerarmi un garantista e un convinto sostenitore dei principi costituzionali di non colpevolezza dell'imputato sino a sentenza passata in giudicato e della funzione rieducatrice della pena, negli ultimi anni in minoranza in un paese dove si fa il pieno di voti con slogan del tipo "buttiamo la chiave" e "quello deve marcire in carcere" e dove imperversa il "Davigo pensiero", di cui è devoto sostenitore il Guardasigilli in carica.

Detto questo vorrei intervenire sul punto specifico dei nove detenuti deceduti per overdose di metadone, ad alcuni dei quali mancavano pochi mesi per uscire dal carcere, un fatto gravissimo determinato da varie concause, che come cittadino modenese ho avuto modo di approfondire conoscendo personalmente gli operatori di quella struttura, a cominciare dal segretario regionale del Sappe Francesco Campobasso.

La prima osservazione è che nelle sovraffollate carceri italiane, la sicurezza non è più garantita dalla Polizia Penitenziaria ma degli stessi detenuti che possono, se lo vogliono, magari costretti da pochi facinorosi, impadronirsi dei locali con conseguenti vandalismi o peggio comportamenti autolesionistici una volta occupata la farmacia del carcere.

La seconda osservazione, con l'esperienza maturata come Ministro prima e Sottosegretario poi con delega alle politiche antidroga in tre diversi governi, è la riconfermata convinzione che i tossici in carcere proprio non ci debbano stare. Tutti quelli infatti che hanno demonizzato la legge Fini Giovanardi per ragioni ideologiche, facendo finta di non sapere che è stata il frutto di un serrato confronto con i Sert, le Comunità di Recupero e operatori del diritto come l'attuale Procuratore della Repubblica di Bologna Jimmi Amato, non si sono mai preoccupati della sua attuazione.

La legge, con le successive integrazioni (Testo Unico), dispone la sospensione della pena detentiva per reati commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendenza "qualora sia accertato che tale soggetto si è sottoposto con esito positivo ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo eseguito presso una struttura sanitaria pubblica od una struttura del privato sociale idonea alla cura ed al trattamento della tossicodipendenza (art 90 e seg.).

La misura alternativa è rivolta ai soggetti tossicodipendenti e alcoldipendenti che debbano espiare una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a sei anni o a quattro anni se comminata per reati di particolare gravità o allarme sociale.

L'art 94 prevede l'istituto dell'affidamento in prova, una misura alternativa alla detenzione in carcere, appositamente rivolta ai tossici che abbiano commesso reati a causa della loro dipendenza, sempre nel limite dei 6 e dei 4 anni.

L'art. 73 comma 5bis consente per i reati di "lieve entità" connessi alla tossicodipendenza di sostituire la pena (non superiore ad un anno) con "lavori di pubblica utilità" e l'art 89 stabilisce il divieto di disporre la custodia cautelare in carcere per il tossicodipendente con la previsione della obbligatoria sottoposizione agli arresti domiciliari, da scontare anche presso strutture private di cura ed accoglienza. Nel 2011 avevamo anche in corso progetti per strutture specializzate (vedi carcere di Castelfranco Emilia) per la cura dei tossici con pene da scontare superiori ai 6 anni.

Da 9 anni purtroppo, dopo lo smantellamento di fatto del Dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio, né Governi nazionali né Regioni, salvo poche lodevoli eccezioni, hanno investito risorse per applicare quello che la legge prevede.

Il Ministro della Giustizia e la Conferenza Stato-Regioni non hanno nulla da dire al riguardo? Per ultimo, ma non per ordine di importanza, il dato di fatto che tutti i nove deceduti erano extracomunitari, di alcuni dei quali non si conosceva né nazionalità né identità, con automatica perdita dei benefici di cui sopra in un perverso circuito carcere, centri di identificazione, rilascio, di nuovo carcere che nessuno sino ad ora è riuscito ad interrompere.

 

 

 

 

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