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Trieste. Carceri, l'inadeguatezza ai tempi del Coronavirus PDF Stampa
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di Elisabetta Burla*


triesteallnews.it, 21 marzo 2020

 

"Le incredibili proteste verificatesi in alcuni istituti penitenziari non devono certo essere prese come esempio o come occasione per affrontare l'emergenza epidemiologica in atto, certamente possono evidenziare, in una forma non certo condivisibile, il disagio e la preoccupazione che viene vissuta nelle carceri. Preoccupazioni che, in altre forme incredibili e per certi versi irresponsabili, si sono viste nella società libera come ad esempio l'assalto ai supermercati e l'assalto al treno al trapelare della notizia dell'imminente blocco dei confini della Lombardia.

Scrive così nel suo comunicato di ieri al Comune di Trieste, in merito alla situazione nelle carceri, il garante comunale dei diritti dei detenuti del capoluogo giuliano, l'avvocato Elisabetta Burla. A Trieste, in carcere, non ci sono in questo momento casi di Covid-19; la situazione rimane comunque critica, sotto il profilo dei numeri, essendo alta la percentuale delle persone attualmente in misura cautelare.

"Nella casa circondariale di Trieste", continua Burla, "pur essendoci state delle proteste, sono prevalse la ragione, la responsabilità e la riflessione; è prevalsa la preoccupazione di tutelare sé stessi e i propri familiari, e la comunicazione così come i provvedimenti e le determinazioni della direzione carceraria sono state forse più efficaci. Sono stati sospesi i colloqui coi familiari - così come disposto dal Dpcm dell'8 marzo 2020 - ma sono state immediatamente ampliate le telefonate (solitamente concesse nel numero di 1 alla settimana, di 10 minuti) e la postazione Skype è stata raddoppiata per permettere i colloqui visivi tanto importanti, specie laddove vi sono figli minori. Alla limitazione - necessaria per la tutela del diritto alla salute - di un diritto si è cercato di compensare con altri strumenti che permettessero, comunque, l'esercizio di quel diritto. La sospensione dei colloqui e degli accessi anche dei volontari e degli insegnanti ha comportato un vuoto incolmabile del tempo dedicato al fine rieducativo della pena nel tentativo di ridurre il rischio del contagio.

Ridurre il rischio. Perché molte sono le persone che ancora devono fare accesso all'istituto: il personale della Polizia Penitenziaria - al quale i dispositivi di protezione individuale come gel disinfettante, guanti e mascherine sono giunti con gravissimo ritardo - il personale medico e infermieristico, il personale amministrativo, i fornitori di generi alimentari e non. In questo quadro particolare ci si aspettava un intervento dello Stato se non coraggioso, quantomeno tutelante sotto il profilo della sanità.

E se vogliamo neppure si confidava in una particolare attenzione alla vita detentiva (che pare non interessare più) ma alla salvaguardia - per quanto possibile - del sistema sanitario perché le carceri italiane, certamente l'Istituto locale, non sono in grado di prevedere spazi dedicati all'isolamento sanitario e alle cure conseguenti: il metro di distanza, continuamente promosso dagli spot, nel carcere non può essere osservato. Pensiamo alla capienza regolamentare della Casa Circondariale di Trieste: 143 persone. Detenuti presenti al 29 febbraio: 185.

La pandemia in corso e il sovraffollamento carcerario sono condizioni che avrebbero dovuto consigliare una scelta diversa, adottando provvedimenti deflattivi d'immediata applicazione e non misure che, se applicabili, lo potranno essere tra mesi. Prevedere la detenzione domiciliare per le pene superiori a 6 mesi con il controllo mediante mezzi elettronici (il cosiddetto braccialetto elettronico) significa non voler concedere alcuna misura deflattiva urgente stante l'indisponibilità dei mezzi.

Non escludere i reati di cui all'art. 4bis dell'Ordinamento Penitenziario significa precludere l'accesso alla misura a un numero considerevole di persone così come prevedere una preclusione automatica, senza permettere l'opportuna valutazione al magistrato, della concessione della misura - ad esempio - per i detenuti che nell'ultimo anno siano stati sanzionati per le infrazioni disciplinari di cui all'art. 77 comma 1 numeri 18, 19, 20 e 21 del Dpr 230/2000.

Ci si aspettava qualcosa di più, che potesse meglio ed efficacemente far fronte all'emergenza attuale; anche il ricorso alla liberazione anticipata speciale, 75 giorni anziché 45, avrebbe potuto permettere un effetto deflattivo. Misure che dovrebbero essere comunque il preludio a un intervento strutturato sull'esecuzione penale".

 

*Garante comunale dei diritti dei detenuti di Trieste

 

 

 

 

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