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"Situazione pericolosa, svuotare le celle", ma Bonafede non cede PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi


Corriere della Sera, 14 marzo 2020

 

Dopo le sommosse, si moltiplicano le richieste e le proposte di magistrati e associazioni per diminuire il numero dei detenuti nei penitenziari. Ma dal Guardasigilli nessuna apertura (a parte l'assunzione di 1.100 nuovi agenti).

Le rivolte sedate nelle carceri italiani, dopo la sospensione delle visite ai detenuti per contenere i rischi di contagio da coronavirus, hanno fatto rientrare l'emergenza di sommosse e devastazione, ma non il sovraffollamento. Né il pericolo che - qualora malauguratamente l'infezione dovesse entrare in qualche penitenziario, dove l'isolamento e le distanze di sicurezza tra detenuti sono semplicemente un'utopia - la situazione potrebbe degenerare in forme anche peggiori di quelle viste nei giorni scorsi.

C'è una bomba a orologeria da disinnescare prima che esploda, insomma, come è stato detto al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede da pressoché tutti gli interventi a commento della sua informativa in Parlamento. Gli stessi partiti che sostengono il governo, esclusi i Cinque stelle, hanno chiesto interventi immediati per non farsi trovare impreparati. Ma dal Guardasigilli non è arrivato alcun segnale (a parte l'assunzione di 1.100 nuovi agenti penitenziari firmata venerdì).

Nemmeno la scintilla di una nuova sommossa notturna nel carcere di Catania, che ha provocato danni alle strutture ma non alle persone, ha riacceso l'attenzione. Dal ministero non si vuole dare l'impressione di un cedimento di fronte alle violenze e alle proteste dei detenuti sfociate nell'illegalità. Tuttavia i problemi da affrontare restano.

E per adesso se ne stanno facendo carico i magistrati di sorveglianza che, consapevoli tanto dell'emergenza che dei rischi futuri, hanno cominciato a prendere di loro iniziativa provvedimenti di decongestione del sovraffollamento. Per esempio concedendo le licenze necessarie a non far rientrare in carcere, di sera, i detenuti semiliberi che escono al mattino; intanto per due settimane, poi si vedrà.

È successo nel Lazio, in Toscana e altrove, ma si tratta di iniziative spontanee dei giudici, assunte a normativa vigente; ancora una volta la magistratura è chiamata a risolvere i problemi che la politica non vuole o non sembra in grado di affrontare. Tanto che il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, chiamato dal ministro a far parte della task force annunciata per fronteggiare l'urgenza, commenta: "Le licenze e l'estensione della detenzione domiciliare da parte dei tribunali di sorveglianza sono un segnale positivo, ma mi auguro che ne arrivino pure sul piano legislativo".

Il Garante si è riservato di avanzare al governo una serie di proposte da attuare immediatamente per sfoltire le presenze nei penitenziari (dove ci sono oltre 11.000 detenuti in più rispetto alla capienza, ma le proteste dell'ultima settimana hanno reso inagibili circa 2.000 posti, quindi il sovraffollamento supera attualmente quota 13.000), mentre l'associazione Antigone l'ha già fatto. Tra gli interventi suggeriti c'è l'applicazione ai semiliberi della detenzione domiciliare, così come a coloro che si trovano a piede libero e per i quali dovesse intervenire, di qui in avanti, un provvedimento di esecuzione della pena divenuta definitiva.

Gli avvocati dell'Unione camere penali hanno proposto al governo di intervenire con un decreto legge che conceda la possibilità di trascorrere a casa il residuo pena per coloro ai quali sono rimasti da scontare meno di due anni. Ma se si decidesse di applicare la misura anche solo a chi è rimasto un anno, si libererebbero circa 8.000 posti nelle celle.

"La situazione è molto delicata; a fronte del sovraffollamento e di una elevata promiscuità c'è una ragionevole preoccupazione per il rischio di un'emergenza sanitaria dalle prospettive difficilmente immaginabili", spiega Marco Patarnello, magistrato di sorveglianza a Roma.

Secondo il quale è necessario intervenire a prescindere dalle proteste dei giorni scorsi: "Con gli autori delle rivolte è doveroso avere un polso molto fermo, ma è giusto ricordare si è trattato di una piccola parte della popolazione carceraria, la quale complessivamente ha reagito molto bene. Ora che tutto è rientrato, è il momento di fare subito qualcosa di tangibile, senza delegare come sempre alla magistratura la responsabilità di un intervento in assenza di strumenti adeguati. Non si tratta di cedere ai ricatti dei rivoltosi, ma al contrario di assumersi le dovute responsabilità rispetto ad una popolazione di detenuti che mantiene i nervi saldi".

Per il magistrato si può partire proprio dalla posizione degli avvocati: "Trovo del tutto ragionevole la proposta avanzata dalle Camere Penali, quanto meno rispetto ad un intervento legislativo di urgenza finalizzato a favorire la prosecuzione della pena in detenzione domiciliare per tutti coloro che devono ancora scontare meno di due anni, ferma restando una valutazione da parte del magistrato di sorveglianza. E poi, superata l'emergenza, è matura una riflessione razionale sulla pena e la sua esecuzione".

 

 

 

 

 

 

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