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Lettere dalle carceri al tempo del coronavirus PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 11 marzo 2020


Dalle Vallette di Torino Luca Abbà, Semilibero No Tav, domenica 8 marzo (labottegadelbarbieri.org).

 

Visto il rapido evolversi della situazione legata alla diffusione del nuovo corona virus, divenuta emergenziale, desidero comunicare il mio punto di vista nella condizione particolare di detenuto semilibero presso il carcere di Torino.

L'ambiente carcerario risulta essere, a maggior ragione in casi come questi, un luogo delicato, sensibile ma piuttosto ignorato dall'opinione pubblica e dalla classe politica; oppure considerato inopinatamente una sorta di discarica per ciò che si ritiene "la feccia" della società.

In questi giorni di grande flusso mediatico e misure di controllo imponenti, l'ansia e l'angoscia per il dilagare dell'infezione stanno crescendo anche tra le mura del carcere, tra i detenuti e il personale ivi impiegato. Scenari di

blocco dei colloqui con i familiari, sospensione di permessi e uscite per i semiliberi sono già divenuti realtà in alcuni penitenziari del territorio nazionale e stanno divenendo probabili per gli altri visto il precipitare degli eventi giorno dopo giorno.

Appare chiaro che allo stato attuale, con una popolazione carceraria abbondantemente superiore alla capienza prevista (siamo più di 60.000 in carcere in circa 50mila posti disponibili), non ci sarebbe la possibilità di affrontare con misure di sicurezza adeguate l'eventualità non remota di un contagio tra i detenuti. Non oso pensare con quali

conseguenze si ripercuoterebbe su individui già deboli e fragili, nonché ristretti, la diffusione di questa nuova infezione.

Di fronte alla impreparazione e approssimazione delle autorità statali nell'affrontare questa cosiddetta emergenza

sanitaria, non pare sensato concentrare ulteriormente i carcerati bloccando anche le uscite di chi gode di benefici o di regimi di custodia attenuata. Inoltre, così facendo si infierisce ulteriormente su persone e sulle loro famiglie che già vivono da anni una condizione di privazione, sacrificio e umiliazione.

I semiliberi, che non potendo più uscire per settimane o mesi, perderebbero sicuramente il lavoro, con tutta la difficoltà di poterlo poi ritrovare di questi tempi una volta passata la psicosi. Aggiungiamo pure i problemi di chi,

come me, ha una famiglia con figli che (non) vanno a scuola.

Partendo da questa premessa mi ritrovo ad argomentare una proposta che, per assurdo, gioverebbe per primo a chi le carceri li gestisce, li controlla e ne detiene la responsabilità.

Un provvedimento urgente, e di assoluto buon senso, sarebbe quello di liberare chi già gode di benefici, chi è sopra una soglia di età definita "a rischio", chi ha un residuo di pena sotto i due anni. Non sta a me proporre quali misure

alternative si potrebbero applicare (tipo obblighi di firma, rientri domiciliari ecc...) e nemmeno la forma legislativa adeguata (amnistia, indulto, decreto legge).

Ai detenuti esclusi da tale provvedimento si potrebbero applicare più facilmente misure di prevenzione e sicurezza adeguate per poter garantire i colloqui con i propri cari e condizioni di detenzione meno disagiate di quelle odierne a causa del sovraffollamento cronico degli ultimi anni.

Credo che nel marasma mediatico di questi giorni debba farsi strada una simile opzione. Io per primo mi impegnerò da subito ad alimentare l'urgenza di un dibattito che, oltre a riguardare una categoria umana di oppressi e indifesi, rientra nell'etica della solidarietà e "del benessere di comunità", concetti molto sbandierati in questi giorni.

Non sarebbe un provvedimento di clemenza, semplicemente di umanità e buon senso e non dovrebbe precludere né limitare un dibattito necessario sul senso del carcere nella società di oggi, sulle condizioni detentive, sulla

repressione del fenomeno migratorio e delle lotte sociali.

Perfino in un paese come l'Iran, che non si può certo dire sia gestito da un regime democratico, si è appreso da

alcune fonti di stampa che sono stati scarcerati e messi ai domiciliari più di 50 mila detenuti con pene inferiori ai 5 anni.

In generale, stante la situazione in cui un'epidemia rischia di provocare il collasso dell'insieme del sistema sanitario pubblico è quanto mai opportuno che al più presto vengano riconsiderati gli investimenti pubblici in spese militari e grandi opere inutili e costose (come il TAV) per liberare risorse da impiegare nella salute pubblica, sia preventiva, che curativa.

Che il sistema sanitario diventi un bene comune ed esca dalla logica di tipo aziendale nella quale è stato inserito! Che la voglia di libertà diventi il virus più contagioso per l'umanità.

 

Dalle Vallette di Torino l'Avv. Valentina Colletta, legale di Nicoletta Dosio (labottegadelbarbieri.org)

Sono appena uscita dalle Vallette dove ho incontrato alcuni detenuti, e tra questi ovviamente Nicoletta. Mi pare opportuno, visto quanto sta avvenendo nelle carceri italiane, relazionarvi su quanto ho visto e sentito.

Quando sono arrivata davanti all'ingresso principale del carcere c'erano alcuni mezzi della Polizia di Stato e dei Carabinieri ed un'ambulanza. Deserto l'ingresso riservato i parenti.

Mi hanno misurato la febbre, fatto sottoscrivere un modulo con il quale attestavo di non essere entrata o uscita dalla Cina o dalle zone rosse nei 15 giorni precedenti e di non avere sintomi febbrili. Alla seconda porta ho visto personale della Polizia penitenziaria che preparava e puliva una serie di scudi appoggiati al muro ed in prossimità delle sale colloqui distribuivano mascherine ai pochi avvocati presenti. Ho notato, firmando il registro, che alcuni colleghi avevano annullato le prenotazioni dei colloqui con gli assistiti.

Durante il primo colloquio con un detenuto mi è stato riferito di un clima estremamente teso, della consapevolezza di misure del tutto inadeguate: il personale di Polizia penitenziaria, pur entrando ed uscendo dal carcere, continua ad essere privo di qualsivoglia presidio atto a prevenire il contagio, i detenuti continuano ad essere stipati in celle e locali in cui è impossibile rispettare le distanze interpersonali o i minimi presidi sanitari prescritti.

Giunta alla sezione femminile ho visto detenute nel corridoio a distanze estremamente ravvicinate e prive, come il personale penitenziario, di mascherine.

Ho poi visto Nicoletta. Sta bene anche se, come le sue compagne, è preoccupata. Prova a distrarsi leggendo la posta che riceve ma quanto sente alla televisione non la conforta. Hanno tutti avuto notizia delle rivolte delle ultime ore e dei morti e già nella notte scorsa molti detenuti hanno iniziato la battitura e si sono levate ripetutamente urla corali.

Io stessa, mentre parlavo con Nicoletta, ho sentito a ripetizione battere sulle sbarre delle sovrastanti sezioni e cori di cui non sono riuscita a cogliere il significato letterale, ma che erano evidentemente proteste e richieste di attenzione ed aiuto.

Nicoletta mi ha confermato che sono stati sospesi i colloqui con i familiari e molti detenuti temono così di non poter più neppure ricevere i pacchi che, spesso, sono il loro unico mezzo di sostentamento, vista la qualità e la quantità del vitto fornito dal carcere. Da alcuni giorni, poi, pare siano aumentati significativamente i prezzi di quanto i detenuti possono acquistare in carcere.

Tutto ciò, unitamente alla paura per le condizioni sanitarie dei parenti che sono fuori getta i detenuti in uno stato di prostrazione, impotenza e preoccupazione importanti. I colloqui sono stati sostituiti dall'autorizzazione a telefonate straordinarie nella misura di 10 minuti per ogni colloquio saltato e, pare, che per effettuare le chiamate si formino delle code in condizioni di inevitabile promiscuità.

Nicoletta mi ha inoltre confermato che gli ultimi arrestati vengono collocati, in una sorta di quarantena, ai nuovi giunti con delle mascherine ma, ancora, in condizioni igienico-sanitarie del tutto inadeguate a prevenire l'epidemia in corso. Pare che sia stato anche limitato l'uso delle docce e nelle celle non c'è l'acqua calda.

Da questa mattina è stata sospesa anche l'ora d'aria, mentre la socialità all'interno della sezione prosegue inalterata.

Ho chiesto - per scrupolo e, lo confesso, anche per egoistica preoccupazione - a Nicoletta se non riteneva opportuno che predisponessi un'istanza per chiedere, in ragione dell'età e del residuo pena, una detenzione domiciliare. Ha rifiutato condividendo quanto, da fuori, si sta cominciando ad invocare: almeno un indulto che consenta di alleggerire il sovrappopolamento delle carceri e ripristinare sicurezza sanitaria e condizioni di vita minimamente dignitose.

 

Da San Vittore a Milano scrive Ervis Doku (oblodelanave.blogspot.com)

 

È la prima volta che mi capita di assistere ad una cosa del genere, un'epidemia. Sono preoccupato per i miei familiari, e loro sono molto preoccupati per me. Vedo negli altri lo sguardo della paura, all'improvviso sembra che un invasore straniero, chiamato Coronavirus abbia invaso l'Italia e c'è molta paura e diffidenza per l'altro. Anche se viviamo in un luogo di sofferenza la paura si vede e si percepisce, non sono molto bravo a descrivere con le parole le mie sensazioni ed emozioni, ciò che provo in questo momento. Una cosa però la capisco bene: siamo diventati molto fragili e delicati, quando succedono questi eventi inaspettati che non riusciamo ad affrontare. Ho visto la disponibilità ed il coraggio delle dottoresse che si presentano tutti i giorni e cercano di andare avanti, specialmente la capitana Bertelli. Il mio pensiero è che basta non dare troppo peso e continuare a vivere la propria vita, bisogna affrontare e non arrendersi di fronte alle difficoltà, come mi ha sempre insegnato anche mio padre, essere forte e coraggioso, agire e andare avanti.

 

Da San Vittore a Milano scrive Feliks Precetaj (oblodelanave.blogspot.com)

 

Coronavirus è arrivato in un momento delicato e purtroppo a pagarne un poco di più le conseguenze, siamo noi detenuti, ai quali vengono sospesi i percorsi trattamentali terapeutici.

È un cataclisma quello che sta succedendo in questo mondo, gli accordi tra i Paesi sono sospesi, addirittura alcune nazioni vietano l'ingresso delle persone provenienti dai luoghi dove il contagio è maggiore. Speriamo che finisca al più presto, perché le persone sono già nel panico e qui dentro noi veniamo poco informati e ognuno dice la sua, spesso esagerando, ma voglio credere che la situazione possa migliorare presto, anche se il momento è molto delicato e solo il tempo potrà dirci come andrà a finire.

Sono un ottimista e sono convinto che tutto finirà nel miglior modo possibile. L' OMS ci ha spiegato come prendere le precauzioni necessarie: frequente pulizia con acqua calda evitare il contatto con oggetti non disinfettati, non toccarsi gli occhi e la faccia e tenere le distanze fra noi. Purtroppo, come dicevo, questa epidemia sospende l'opportunità che avevamo per curarci. Personalmente l'unica, grande preoccupazione che ho, riguarda i miei famigliari, soprattutto i miei piccolini. Prego il Signore di vegliare su tutti noi.

 

 

 

 

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