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Venezia. Vetri rotti e fumo nero, rivolta e paura in carcere PDF Stampa
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di Nicola Munaro


Il Gazzettino, 11 marzo 2020

 

Un incubo lungo due ore e mezza, nel pomeriggio del terzo martedì dell'era del coronavirus. Un incubo alimentato da voci che all'impazzata raccontavano di venti, di quaranta evasi. Di un carcere, quello di Santa Mara Maggiore a Venezia, messo a ferro e fuoco come tanti altri penitenziari in Italia nell'ottica di un'insurrezione praticamente sincronizzata da Milano a Roma, da Modena a Palermo, Padova, Parma, Matera, Rieti e Foggia, con uno strascico di una ventina di evasioni e dieci morti per overdose.

E che ieri ha toccato anche la città d'acqua: dalle 13.30 alle 16 infatti una cinquantina di detenuti ha trasformato il secondo piano del carcere stretto tra i canali, nell'epicentro della rivolta. Sfondando le vetrate delle celle e lanciando da lì materassi, lenzuola e coperte date alle fiamme in un'area comune del carcere: protestavano per il sovraffollamento (a Santa Maria Maggiore ci sono 268 detenuti per un massimo di 159 posti) ma anche per le misure previste dal nuovo decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri che per evitare l'ingresso di Covid-19 in carcere - dove un contagio si trasformerebbe in breve in un'epidemia - aveva messo fine ai colloqui con gli avvocati e alle visite dei familiari.

Inizia tutto alle 13.30, proprio mentre in un'ala del carcere è in corso un incontro tra la Commissione cultura dei detenuti e la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, Linda Arata. L'incontro era stato programmato e chiesto con una lettera inviata lunedì anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e al Guardasigilli, Alfonso Bonafede.

Nella lettera dai toni distensivi, in dissonanza con quanto succedeva sui tetti di ventidue carceri italiane, trasformati nei palcoscenici delle proteste dei detenuti, i reclusi di Santa Maria Maggiore si dicevano preoccupati per l'emergenza sanitaria che stringe il paese, chiedendo uno scivolo verso la concessione di amnistie o indulti per chi ne potesse giovare.

Ieri però, l'accelerata, testimoniata da una colonna di fumo nero che si stagliava verso le 14 nel cielo azzurro di Venezia. Di colpo il clangore dato dallo sbattere sui blindi delle celle di alcuni oggetti, aveva fatto da preludio a quello che di lì a poco sarebbe successo: le fiamme ai materassi e alle coperte, lanciati nel cortile comune.

A spegnere le fiamme ci hanno pensato i vigili del fuoco di Venezia che per decine di minuti hanno puntato gli idranti verso le finestre al secondo piano. Mentre gli agenti di polizia penitenziaria sedavano la rivolta incontrando alcuni rappresentanti dei detenuti e promettendo un incontro con il Garante dal quale i carcerati di Venezia hanno voluto rassicurazioni sulla situazione di sovraffollamento e sulla gestione dell'emergenza coronavirus.

Attorno al carcere, poi, un cordone di polizia di Stato, polizia locale, carabinieri, guardia di finanza ed esercito proteggeva l'intera struttura. Non tanto per evitare evasioni che non ci sono state (nonostante voci all'impazzate sui social poi tranciate da una nota dello stesso questore di Venezia, Maurizio Masciopinto: "Il Questore di Venezia, nel ringraziare tutte le Forze di Polizia intervenute, nonché la Polizia Locale e i Vigili del Fuoco - recitava la nota - smentisce la sussistenza di episodi di evasione, grazie all'immediata sinergia posta in essere tra il direttore del carcere, il suo personale, e il Questore") ma per evitare che il carcere di Venezia venisse preso d'assalto da chi arrivava dalla città. Per questo erano stati rafforzati i controlli all'inizio del Ponte della Libertà e un elicottero ha sorvolato l'area per tutte le due ore e mezza di rivolta.

Ciò che ora il ministero dell'Interno si trova ad affrontare è una sommossa coordinata dalle cosche che gestiscono anche gli stessi penitenziari: tagliare i contatti con i familiari dei detenuti, vuol dire troncare la catena di comunicazione con chi è fuori e può eseguire gli ordini dei boss.

Per questo una semplice rivolta, mascherata da questioni sanitarie può diventare l'occasione per scardinare il sistema giudiziario e far assaltare il carcere. Ed era proprio questo che anche ieri il Viminale ha voluto evitare, cinturando la casa circondariale di Venezia con uno spiegamento importante di forze dell'ordine. Non per evitare fughe, ma per impedire che qualcuno approfittasse della confusione e trasformasse Venezia, ultima ad accodarsi, nella prima città con il penitenziario preso d'assalto.

 

 

 

 

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