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La quarantena coatta dei carcerati: sospesi visite, permessi, semilibertà, lavori all'esterno PDF Stampa
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di Andrea Sparaciari


businessinsider.com, 8 marzo 2020

 

Una rivolta in un carcere è un evento che in Italia non si vedeva da una buona trentina d'anni. Oggi è accaduto a Salerno-Fuorni, dove un centinaio di detenuti ha danneggiato il primo piano della struttura e poi è salita sul tetto. A far scattare le proteste, l'annunciata sospensione dei colloqui per l'allerta Coronavirus.

E, secondo il sindacato degli agenti penitenziari Uspp "Proteste, per fortuna subito rientrate, come quelle in atto nel carcere di Salerno, si sono registrate anche nell'istituto penitenziario di Carinola e nel carcere napoletano di Poggioreale". Sì, perché l'universo carcerario italiano sta per esplodere a causa delle pesanti restrizioni imposte per contenere il Coronavirus ed evitare che deflagri negli istituti carcerari italiani.

"Per adesso la situazione è sotto controllo, ma se dovesse verificarsi un primo caso di positività conclamata al Coronavirus, non so come reagirebbero i detenuti". A parlare, chiedendo l'anonimato, è un operatore di una delle tre carceri di Milano (San Vittore, Opera e Bollate). Un universo, quello carcerario, dove alla "ordinaria" segregazione, se ne è aggiunta un'altra. Quella stabilita dalle "Note del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria" del 22, 25 e 26 febbraio 2020, che di fatto hanno chiuso le porte delle prigioni nelle zone a forte rischio. Ma anche quelle di alcuni istituti che a "forte rischio" non sono.

Una serie di indicazioni che hanno decretato la sospensione di tutti gli Articoli 21 (la possibilità per il detenuto di lavorare all'esterno della struttura), i permessi, le semi-libertà, le visite dei parenti (la norma ora prevede che i colloqui siano svolti a distanza fino al 31 marzo prossimo, mediante un sistema di video-conferenza o l'aumento del numero di telefonate previste), le attività all'interno del carcere portate avanti dai volontari, i quali devono restare fuori.

Il primo effetto visibile è stato che la popolazione carceraria milanese residente stabilmente "dietro le mura" è esplosa, triplicando il numero degli "internati". Una massa di persone che passa le giornate senza nulla da fare e nella quale, temono gli operatori, cresce di giorno in giorno il senso di abbandono. E quindi la tensione.

"Qui il rischio non è tanto il contagio - sappiamo tutti che ci sono dei positivi tra i detenuti per fortuna asintomatici - quanto l'incazzatura di chi è costretto a stare dentro. La frustrazione causata dal senso di abbandono. Per ora è tutto sotto controllo, ma cosa succederà quando risulterà un detenuto positivo con problemi respiratori? Come gestiremo panico?", si chiede il volontario.

Che azzarda anche una possibile soluzione: "Ha fatto benissimo l'Iran, che martedì scorso ha fatto uscire dalle carceri 54 mila detenuti, mettendoli ai domiciliari. Servirebbe anche qui da noi un'azione guidata e gestita dalla magistratura. Ma non ce n'è traccia, sfortunatamente".

Una convinzione diffusa tra gli operatori - i quali, bisogna dirlo, in questi giorni di emergenza, si stanno facendo in quattro, basti pensare che nessuno tra la novantina di effettivi in servizio nelle carceri milanesi ha chiesto un solo giorno di malattia - quella della necessità di alleggerire il numero dei reclusi negli istituti.

"Per Opera e Bollate sarebbe più difficile, visto che sono carceri dove si scontano pene definitive, ma per San Vittore, dove si trovano oltre 700 detenuti in attesa di giudizio, si deve pensare a un'azione decisa e coraggiosa", spiega un altro operatore, "collocandone una buona parte ai domiciliari. Attenzione, non stiamo parlando di liberazione, ma di semplice diminuzione del sovraffollamento, con conseguente diminuzione della sensazione di abbandono e reclusione".

Per ora la magistratura, pur interpellata, non ha risposto. In compenso hanno risposto le istituzioni carcerarie, spesso in maniera errata, come mette nero su bianco in una nota ufficiale Il Garante nazionale, Mauto Palma del 3 marzo scorso: "Sono preoccupanti talune decisioni che vanno oltre le indicazioni emanate centralmente e che tendono a configurare un concetto di prevenzione assoluta che, superando i criteri di adeguatezza e proporzionalità, finisce col configurare il mondo recluso come separato dal mondo esterno e portatore di un fattore intrinseco di morbilità".

Per Palma, infatti, molti istituti hanno abbracciato restrizioni - pensate solo per le carceri delle zone rosse e gialle - per allarmismo ingiustificato: "da più parti vengono segnalate restrizioni ingiustificate che incidono anche sui diritti delle persone ristrette e che sembrano essere il frutto di un irragionevole allarmismo che retroagisce determinando un allarme sempre crescente che non trova fondamento né giustificazione sul piano dell'efficacia delle misure".

E, contemporaneamente, secondo Palma non si sta facendo ciò che invece si dovrebbe fare: "Non sembrano essere stati assunti come primi urgenti provvedimenti proprio negli Istituti che maggiormente hanno rivolto l'attenzione alla mera chiusura agli esterni, misure relative alla sanificazione degli ambienti, alla diffusione di norme igieniche, all'autodichiarazione di non aver avuto contatti possibilmente a rischio da parte del personale che entra in Istituto, alla predisposizione di strumenti che possano rilevare la temperatura corporea di tutte le persone che, per qualsiasi ragione, entrano nell'Istituto stesso. In assenza di tali misure, la fisionomia della prevenzione potrebbe essere vista come maggiormente rivolta a evitare il rischio di futura responsabilità che non effettivamente a evitare un contagio certamente molto problematico in ambienti collettivi e chiusi".

 

 

 

 

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