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"Decidano i magistrati se fermare tutto", l'ultimo tentativo del Dl tribunali PDF Stampa
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di Errico Novi


Il Dubbio, 7 marzo 2020

 

Il testo portato da Bonafede a Palazzo Chigi attribuisce ai capi degli uffici la facoltà di inviare dopo giugno le udienze. Il no di Penalisti e Anm. Una grande responsabilità assegnata ai capi degli uffici giudiziari. Il governo, guardasigilli Bonafede in testa, prova a respingere l'assalto del coronavirus nei tribunali senza fermare di un colpo, e in tutto il Paese, la giustizia.

E lo fa appunto con un decreto che attribuisce la decisione, caso per caso, a presidenti dei Tribunali e procuratori "sentiti l'Asl e il Consiglio dell'Ordine degli avvocati". Una scelta difficile, impegnativa, discussa fino all'ultimo, ieri sera, da un Consiglio dei ministri ancora in corso al momento di mandare in stampa questa edizione del giornale.

E che trova, oltretutto, il no dell'Anm: una "disciplina dell'emergenza lasciata ai capi dei singoli uffici" è "inadeguata" a prevenire la "diffusione del contagio", avverte il "sindacato delle toghe" prima ancora che inizi a circolare una prima bozza del decreto.

No ad "applicazioni differenziate", visto che i tribunali sono "quotidianamente frequentati da una moltitudine di persone provenienti da diverse parti del territorio nazionale". C'è insomma un no, da parte della magistratura associata, sull'idea di attribuire proprio ai giudici una responsabilità eccessiva nella prevenzione del coronavirus.

E c'è forse anche il timore di un corto circuito con l'avvocatura, considerato che l'Ocf ha proclamato un'astensione, non riconosciuta dai vertici di alcune Corti d'appello ma potenzialmente insidiosa proprio per i magistrati. Perché qualora qualche giudice negasse il legittimo impedimento di un avvocato astenuto e poi magari in quell'ufficio si verificassero contagi proprio tra i difensori, è chiaro che le conseguenze per quel giudice diverrebbero pesanti.

È insomma una pista che sarebbe eufemistico definire scivolosa, quella dove prova ad atterrare il "decreto Tribunali" del governo proposto da Bonafede. Eppure si tratta dello sforzo, appunto, dichiarato fin dalle premesse del testo, di "contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid- 19" ma di "garantire, per quanto possibile, continuità ed efficienza del servizio giustizia".

Perciò dovrebbero essere i capi degli uffici, secondo il guardasigilli, a ordinare la misura più estrema, ossia il rinvio di tutte le udienze non urgenti a dopo il 30 giugno (addirittura) solo quando risultino insufficienti le altre graduali restrizioni pure fissate dal provvedimento per limitare l'afflusso, e "consentire il rispetto delle indicazioni igienico-sanitarie", così come definiti dai provvedimenti degli ultimi giorni.

Ecco lo sforzo: una complicatissima e dettagliata modularità delle decisioni. Una responsabilità però che non dovrebbe vedere soli i magistrati. Perché l'articolo 1 del decreto prevede che i dirigenti degli uffici decidano "sentito il Consiglio degli Ordine degli avvocati", oltre che l'Autorità sanitaria regionale. Ovvero: deve esserci una assunzione di responsabilità almeno in parte condivisa, fra magistrati e avvocati. Ed è chiaro che se il presidente di un Coa manifestasse al presidente di un certo Tribunale o al capo di una certa Procura la sua assoluta e radicale contrarietà a proseguire le attività giurisdizionali - sempre eccezion fatta per quelle urgenti - sarebbe assai difficile, viste anche le tensioni sull'astensione e il "contagio ormai virale" evocato ieri anche dall'Anm, che quel presidente di Tribunale insista nell'andare avanti.

Ma appunto, si tratta di un quadro così delicato, di un castello così precariamente in equilibrio, che fino alla tarda serata di ieri il Consiglio dei ministri ha discusso sulla possibilità di una misura più drastica: vale a dire sospendere indiscriminatamente le attività non urgenti fino a tutto il mese di marzo, per poi valutare a fine mese se passare alla linea modulare definita dal decreto.

E la proposta iniziale di via Arenula ha anche l'ambizione di recepire i criteri delle linee guida approvate, esattamente una settimana prima, nel protocollo fra lo stesso ministro della Giustizia e il presidente del Cnf Andrea Mascherin. Vuol dire che, sempre per citare la prima bozza portata in Consiglio dei ministri ieri sera da Bonafede, le precauzioni devono consentire innanzitutto di evitare "assembramenti all'interno dell'ufficio giudiziario e contatti ravvicinati tra le persone". È l'obiettivo indicato più volte dall'avvocatura, e che giovedì ha ispirato anche l'istituzione del tavolo tecnico avvocati- magistrati a Napoli, proprio con l'obiettivo di calibrare insieme i necessari presupposti della eventuale necessaria "rarefazione" nei palazzi di giustizia. Un grande riconoscimento dunque proprio al ruolo della professione forense.

Ma anche una prova di tenuta che suscita più di una preoccupazione non solo nella citata Anm (che annulla persino la riunione del proprio direttivo fissata per oggi), ma anche in numerose rappresentanze forensi. Se infatti l'Ocf ha proclamato l'astensione iniziata ieri, e ritenuta illegittima dai capi di alcuni distretti (come riferito in altro servizio, ndr), vanno citate come minimo le perplessità avanzate ancora dall'Unione Camere penali e dagli avvocati tributaristi. Nel primo caso, la giunta presieduta da Gian Domenico Caiazza ricorre a due "alert".

Prima una lettera rivolta proprio al ministro Bonafede in cui gli viene chiesto, "se si è deciso di chiudere le scuole", perché non si chiudano allora "salvo i processi urgenti e indifferibili" anche "i tribunali". È ancora "meno comprensibile", per i penalisti, "l'idea di rimettere ogni decisione ai responsabili degli uffici giudiziari, senza vincolarli a parametri univoci e categorici, regolati dagli unici criteri rilevanti, cioè quelli della scienza medica". Certo, nella proposta di Bonafede, i capi degli uffici devono sentire, oltre ai Coa, le Asl.

Però per l'Ucpi "regole di comportamento inspiegabilmente diverse adottate in relazione a situazioni equivalenti" finirebbero per creare "sconcerto, rabbia, smarrimento". Poi, quando la prima bozza del "Dl Tribunali" inizia a circolare, l'Unione Camere penali diffonde una seconda nota, con un monito ancora più deciso: "È inconcepibile che non sia la legge a definire i criteri di urgenza per la eccezionale celebrazione dei processi, ma che essi siano delegati, senza alcuna predeterminazione normativa, alla magistratura, e addirittura a quella inquirente", si scandisce.

Delicata pure la questione posta dall'Unione nazionale degli avvocati tributaristi, secondo i quali la "giustizia tributaria" è "l'unica tra le giurisdizioni non contemplata da alcun provvedimento d'urgenza". Secondo l'Uncat si dovrebbe, ad esempio, dare "attuazione al processo tributario a distanza". E ancora, il presidente dell'Anf Luigi Pansini, in una dichiarazione inviata a questo giornale, ritiene necessarie "chiare, precise e omogenee linee di condotta per tutti gli uffici".

Nel dettaglio, il decreto portato a Palazzo Chigi dal guardasigilli prevede misure anche estreme, come la generalizzazione, nelle udienze con detenuti, della loro partecipazione a distanza, al di là del diverso grado di restrizione dell'attività decisa dal presidente del Tribunale. I capi, a loro volta, si consultano sempre con procuratore generale e presidente della sua Corte d'appello.

E, sentiti Azienda sanitaria e Coa, "adottano" le "misure" per evitare innanzitutto gli "assembramenti". E qui si va dalla chiusura dell'accesso al pubblico all'adozione "di linee guida vincolanti per la fissazione e la trattazione delle udienze", quindi alla riduzione del ruolo, proprio come previsto dalle linee guida ministero- Cnf, di fatto tradotte in legge dello Stato.

Si può arrivare a "udienze civili" in "collegamento da remoto con ogni mezzo di comunicazione", dunque anche con videochiamate whatsapp. Fino alla drammatica lettera g), dell'articolo 1 secondo comma (sempre in base alla prima bozza) che prevede il rinvio di tutte le udienze a dopo il 30 giugno, con le eccezioni per le "urgenti" così come definite già nel decreto 9, quello sulla "zona rossa".

Si tratta non solo dei processi con detenuti ma anche delle cause per gli "alimenti", dei "cautelari" relativi ai "diritti della persona", dei procedimenti per interdizione, Tso, espulsione di migranti clandestini. Ovviamente, per tutte le cause rinviate, si sospendono anche i termini, prescrizioni comprese, sia nel civile che nel penale. Si vedrà. Certo è che mai la giustizia italiana ha tentato di restare in equilibrio su un filo così sottile.

 

 

 

 

 

 

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