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Amnistia, perché no? Parla il direttore del carcere di Opera PDF Stampa
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di Tiziana Maiolo


Il Riformista, 6 marzo 2020

 

Intervista al direttore del carcere di Opera, Silvio Di Gregorio: per evitare il contagio, grande responsabilità dei detenuti e dei loro familiari. Se c'è un luogo dove dovrebbe suonare per primo l'allarme, dove a causa degli spazi ristretti e dell'inesistenza di vie di fuga parrebbe impossibile applicare qualunque forma di prevenzione dal contagio, questo è il carcere.

L'istituzione totale per antonomasia, quella da cui non si può scappare per principio, quella nella quale è pressoché impossibile calcolare i metri di distanza tra le persone, sembrerebbe il luogo "ideale" per la promiscuità, quindi per il contagio. A quanto pare, invece, non solo ha funzionato, fin dai primi allarmi sull'esistenza del coronavirus, una sorta di cordone sanitario che ha protetto le carceri dal contagio, ma ogni provvedimento di prevenzione è stato accettato di buon grado sia dai detenuti che dalle loro famiglie.

Un esempio virtuoso è l'Istituto di Opera, alle soglie di Milano, 4.400 carcerati con condanne definitive e una sezione speciale di alta sicurezza. Il direttore Silvio Di Gregorio mostra la tranquillità di chi è consapevole di aver fatto il proprio dovere (e anche qualcosa di più) e di tenere la situazione sotto controllo.

Consapevole del fatto che un conto è dire, a chi è libero, di stare in casa e di evitare i luoghi troppo affollati, un altro è misurare la distanza fisica, in celle per le quali l'Italia è stata già condannata anche dalla Cedu, tra detenuto e detenuto. Basta un niente, all'esterno, uno starnuto o un colpo di tosse, per creare il vuoto intorno al sospetto "untore", immaginiamo le reazioni in luoghi chiusi di cui non si possiede la chiave.

E poi c'è un altro problema. Come applicare le nuove regole di vita in un carcere, senza privare i detenuti dei propri diritti di affettività, di avviamento al lavoro e di preparazione a un futuro diverso in un domani di libertà? Ricostruiamo insieme al direttore Di Gregorio le nuove (provvisorie) regole di vita dei camerati.

Il decreto del governo del 3 marzo ha sospeso i colloqui con i parenti. Inoltre il tribunale di sorveglianza da cui dipendono le tre carceri milanesi di San Vittore, Bollate e Opera ha sospeso i permessi di uscita dal carcere, il preziosissimo articolo 21 del regolamento che consente il lavoro esterno e la semilibertà. È un po' come se improvvisamente un portone ti si chiudesse alle spalle.

 

Saranno disperati, chiedo al direttore.

"Abbiamo constatato un grande senso di responsabilità, sia da parte dei detenuti che dei loro familiari. Pensi che nessuno ha colto l'occasione per rivendicare diritti o protestare".

 

Ma come è possibile, visto che è stata interrotta ogni comunicazione con l'esterno?

"Non è così Tenga presente che ogni detenuto ha diritto da quattro a sei telefonate al mese con la fa - miglia, cui vanno aggiunte altre due straordinarie. In questa occasione ne abbiamo aggiunte altre otto al mese per ciascuno. Il che significa un bel traffico telefonico. Ma per noi è molto importante che la rieducazione come è prevista dalla Costituzione comporti anche il mantenimento delle relazioni affettive. Stiamo anche incentivando l'uso di Skype, l'abbiamo raddoppiato e speriamo che il Ministero ci aiuti ad averne di più".

 

La vita all'interno delle camere è quindi, nei limiti delle possibilità, quasi normale?

"Direi di sì. Le famiglie possono continuare a versare denaro e portare i pacchi, ci occupiamo noi di ritirare la biancheria pulita e di consegnare quella usata. Inoltre, per coloro che sono abituati a uscire, sia perché semiliberi che con il permesso di lavoro esterno e che hanno il cellulare, consentiamo loro di usarlo per telefonare una volta al giorno".

 

A proposito di lavoro, è possibile attuare in carcere una sorta di smart warking?

"Sì, c'è già un'azienda di informatica, la Unout, che si è organizzata in questo modo".

 

Tutto normale, ma come la mettiamo con il coronavirus, è sicuro che non ci sia nessun malato o positivo qui a Opera? Giura di sì. Il carcere è stato ben sigillato dal primo momento, il che significa che certi provvedimenti, come quello della chiusura delle scuole, come forma di prevenzione, possono funzionare. Il rapporto con l'esterno è garantito dalle telefonate, da qualche conversazione via Skype conquistato anche se centellinato e dalla continuità di ingresso dei volontari (articolo 17 del regolamento) su cui il direttore Di Gregorio è favorevole.

Certo, a Opera non c'è il viavai di ingressi e uscite delle carceri di Bollate e San Vittore, ma governare un istituto di 1.400 persone tra cui i detenuti di una sezione di alta sicurezza non può che essere più complicato, nei giorni del virus che aleggia nei pensieri di tutti e nella realtà di un numero sempre maggiore di persone.

Ci vorrebbe, per prevenire il contagio con nuovi ingressi, quel che hanno proposto i dirigenti di "Nessuno tocchi Caino" Rita Bernardini, Sergio D'Elia e Elisabetta Zamparutti, cioè una moratoria dell'esecuzione penale, soprattutto per le pene brevi o per i residui pena C'è poi la parola magica, o maledetta amnistia. Che cosa ne pensa il direttore di un carcere così importante e popoloso? "Penso che periodicamente possa procedersi a una azione misericordiosa".

 

 

 

 

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