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La legge sulle intercettazioni non migliora il diritto di difesa PDF Stampa
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di Pieremilio Sammarco*

 

Il Tempo, 5 marzo 2020

 

È eccessiva la discrezionalità del magistrato di decidere cosa è rilevante o meno. La nuova legge sulle intercettazioni che entrerà in vigore il 1° maggio sta suscitando numerosi commenti da più parti. E balzato agli occhi un recente contributo dell'ex Procuratore Capo di Roma apparso su La Stampa del 3 marzo. In particolare, egli sostiene che la nuova legge "fa registrare un miglioramento significativo" sul diritto di difesa, dato che consentirebbe ai difensori di conoscere gli atti dell'autorità inquirente durante la fase delle indagini.

In più, oltre a ritenere l'allargamento dell'uso del trojan estremamente utile alle indagini, egli si sofferma sul delicato compito del pubblico ministero di vigilare affinché non vengano trascritte espressioni lesive della reputazione o della riservatezza altrui, salvo che non risultino rilevanti per le indagini e ritiene che in futuro la scomparsa dai giornali delle notizie di gossip frutto delle intercettazioni sia un risultato concretamente raggiungibile.

Inoltre, secondo il dott. Pignatone, la cattiva prassi di pubblicare gli atti di indagine riservati si deve al fatto che nel momento in cui gli atti vengono consegnati al difensore, vi sarebbe una moltiplicazione delle persone a conoscenza delle informazioni, "il che rende di fatto impossibile identificare da chi attingano i giornalisti". Si tratta di considerazioni che possono essere confutate ed è utile, ai fini del dibattito in corso, replicare da una diversa prospettiva.

Quanto al (presunto) significativo miglioramento del diritto di difesa, vi sono delle riserve: la norma prevede che la decisione sulla rilevanza degli atti oggetto di intercettazione competa in via esclusiva al p.m. titolare delle indagini; ciò che viene da quest'ultimo ritenuto non rilevante si inserisce in un archivio segreto su cui la difesa ha un faticoso accesso nel mare magnum dei dati.

Ora, è noto che la nozione ed il concetto di rilevanza sono soggettivi e dunque discrezionali e perciò potrebbe ben configurarsi il caso in cui una intercettazione valutata non rilevante dall'autorità inquirente possa invece poi risultare determinante per sostenere una determinata tesi difensiva.

Quanto all'allargamento dell'uso dei trojan, l'autore non dice che tali software spia verranno estesi anche alla figura dell'incaricato di pubblico servizio per i reati contro la pubblica amministrazione. Così verranno intercettate vaste ed eterogenee categorie professionali i cui appartenenti sono considerati incaricati di pubblico servizio: guardie giurate, custodi dei cimiteri, bidelli, autisti dei mezzi pubblici, portieri di beni immobili statali, medici di famiglia, dipendenti delle ASL, infermieri degli ospedali, postini e impiegati degli uffici postali, farmacisti, conduttori dei programmi tv, preti, gestori degli stabilimenti balneari, impiegati delle delegazioni Aci, ausiliari del traffico, dipendenti dei consorzi agrari, guidatori di carri attrezzi, dipendenti di Trenitalia, tecnici delle compagnie telefoniche, operatori degli obitori, dipendenti delle ricevitorie del lotto e molti altri ancora.

Da ultimo, quanto alla (costante) pubblicazione sui media di atti e notizie riservati, Pignatone sostiene che nel momento in cui gli atti di indagine sono comunicati ai difensori cade il segreto istruttorio; in realtà, la prassi ha dimostrato che la pubblicazione avviene sin dalle prime fasi delle indagini e non è vero che tali atti siano a disposizione di un numero rilevante di soggetti, giacché essi sono circoscritti al solo pubblico ministero titolare delle indagini e agli ufficiali della polizia giudiziaria che hanno redatto l'informativa.

E non è logico ritenere che la diffusione degli atti possa provenire dalla difesa che certo non ha interesse alla loro divulgazione. Né si parla dello stretto e malsano collegamento tra giornalisti ed inquirenti in virtù del quale sono sempre le stesse testate a pubblicare le notizie riservate e dei simulati accertamenti sulle fughe di notizie svolti dalla medesima Procura della Repubblica presso cui si è verificata la fuoriuscita; così si assiste al paradosso in cui il p.m. indaga su se stesso o sugli ufficiali della polizia giudiziaria con i quali collabora quotidianamente e l'esito dell'indagine è ovviamente scontato.

*Professore di Diritto Comparato Università di Bergamo

 

 

 

 

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