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Anche il decreto Sicurezza bis finisce alla Consulta PDF Stampa
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di Marco Palombi

 

Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2020

 

Un giudice di Torino solleva questione di costituzionalità su uno dei due punti criticati pubblicamente da Mattarella ad agosto. Nella maggioranza com'è noto, non c'è accordo su come modificare i due decreti Sicurezza di Matteo Salvini e allora sarà la Consulta a decidere su alcuni pezzi dell'eredità giuridica del leghista: se il Tribunale di Milano ha già rinviato alla Corte il divieto per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe previsto dal testo del 2018, è notizia di ieri che il Tribunale di Torino abbia sollevato una questione di costituzionalità su un pezzo del decreto bis, quello approvato ad agosto 2019.

Nel sonnecchiare del Parlamento, infatti, il giudice Andrea Natale chiede ora alla Consulta di decidere su uno dei due punti critici indicati da Sergio Mattarella promulgando il decreto: il primo riguardava la (non) proporzionalità della sanzione pecuniaria per violazione del divieto di ingresso in acque italiane (in linguaggio giornalistico, "le multe alle Ong"); la seconda, che è quella di cui ci occupiamo, il divieto di applicare la non punibilità per "particolare tenuità del fatto" ai tre reati di resistenza, oltraggio e violenza e minaccia a un pubblico ufficiale "nell'esercizio delle proprie funzioni".

Questa norma non era presente nel decreto originale, ma è frutto di un emendamento del deputato leghista Gianni Tonelli, già segretario del Sap, sindacato di polizia distintosi in dichiarazioni incresciose su casi come la morte di Stefano Cucchi.

Il treno in arrivo alla Consulta è partito il 7 gennaio alla periferia nord di Torino: due carabinieri trovano un cittadino cinese, regolarmente residente in Italia, sdraiato a terra sul marciapiede ubriaco fradicio. L.J. aveva appena saputo che suo padre era in fin di vita, ricoverato nella regione di Fujian. Sconvolto, aveva fatto due cose: prima s'era comprato un biglietto per la Cina, poi sbronzato fino a svenire.

Durante le procedure di arresto fu quasi sempre tranquillo, tranne in un paio di momenti in cui colpì o tentò di colpire gli agenti. Il giudice ritiene che si tratti di "resistenza a pubblico ufficiale", ma vorrebbe non punire L.J. per la "particolare tenuità del fatto": è incensurato, non risulta un habitué dell'alcol, nessuno s'è fatto male.

Si ricade, scrive il giudice, nei criteri espressi dalla Cassazione per la "tenuità": "Lo scopo è quello di espungere dal circuito penale fatti marginali che non mostrano bisogno di pena e, dunque, neanche la necessità di impegnare i complessi meccanismi del processo". Problema: col "sicurezza bis" non si può fare.

Il Tribunale di Torino ritiene però che questa eccezione per i reati ai danni dei pubblici ufficiali - che, ad esempio, non vale per il reato di oltraggio a magistrato in udienza - sia irragionevole e sproporzionata e, soprattutto, violi gli articoli 3 e 27 della Costituzione quanto a uguaglianza di trattamento e funzione rieducativa della pena.

I criteri per applicare la "tenuità del fatto" erano infatti già stati stabiliti dal legislatore: reati con pena massima fino a 5 anni, condotta non crudele o non motivata da futili motivi, conseguenze non gravi. "È ragionevole - si chiede il giudice - ricavare per alcune tipologie di reato delle sotto-soglie o delle sotto-categorie di reato che sono, di per sé, esclusi dall'applicazione?".

Non bastasse la logica, c'è vasta giurisprudenza: citeremo, tra le altre, solo la sentenza che nel1994 dichiarò illegittima la pena minima di sei mesi proprio per oltraggio a pubblico ufficiale censurando una "concezione sacrale dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini" sottesa alla norma. Difficile, e specie dopo l'uscita pubblica di Mattarella, che la Corte voglia autosmentirsi.

 

 

 

 

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