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Milano. Il "Palazzaccio" svuotato e la fobia della distanza PDF Stampa
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di Luigi Ferrarella

 

Corriere della Sera, 5 marzo 2020

 

L'avvocato al giudice: "Devo lanciarle le carte?". I due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus sono in buone condizioni all'ospedale Sacco. Più di 40 le persone già in quarantena per prudenza. Deserto ma non troppo. Normale ma non del tutto. Davvero chiuso no, il Palazzo di Giustizia milanese, ma nemmeno davvero aperto; limitazioni alle udienze sì, ma entro certi limiti; e modifiche agli assetti lavorativi del personale in qualche ufficio sì e in qualche altro invece no.

Il problema è che una macchina come il Palazzo di Giustizia (5 mila ingressi in media al giorno, 2 mila persone che vi lavorano a vario titolo) è un po' come una centrale nucleare: anche a volerla spegnere (e qui peraltro non la si vuole intenzionalmente "spegnere" perché si ritiene non ve ne sia sensato motivo pur dopo i due episodici contagi di magistrati), non si può fare di colpo. E persino per fare alzare il piede dall'acceleratore e far girare il motore "al minimo", ci vuole tempo. Così ieri mattina la scena cambia a seconda del punto da dove la si guardi.

I corridoi del Tribunale sono in effetti abbastanza vuoti perché, come da circolare del presidente martedì, vengono rinviate di alcuni mesi le udienze ordinarie già calendarizzate sino al 31 marzo quelle penali e sino al 9 marzo quelle civili (ma nel pomeriggio questo termine è portato al 16 marzo). Nei corridoi e nelle stanze dei giudici invece della Corte d'Appello, specie della sezione Lavoro e del civile, molte udienze in mattinata si tengono lo stesso - con grande disapprovazione degli avvocati - perché un analogo provvedimento di tendenziale rinvio delle udienze ordinarie non urgenti viene emesso nel pomeriggio, e peraltro per quelle calendarizzate solo fino al 15 marzo (da oggi nel civile, da domani nel penale).

Già qui si coglie una differenza di postura organizzativa tra uffici giudiziari, dovuta al fatto che, di fronte ad autorità sanitarie che non ravvisano alcuna emergenza nell'universo del "Palazzaccio", c'è chi avverte di più la pressione degli avvocati (che caldeggiano una soluzione più generalizzata) e del personale amministrativo (che manifesta timori per la salute), e chi invece ritiene ci siano tutti gli estremi - pur una volta ridotti alcuni servizi e apprestati gli accorgimenti anti assembramento - per continuare a lavorare in maniera relativamente normale.

Così se il procuratore Francesco Greco e il dirigente Roberto Candido scrivono al personale amministrativo del loro ufficio che "sarà riconosciuta la presenza in servizio a tutti i lavoratori genitori di figli minori a casa per le scuole chiuse", in Corte d'Appello il personale che chiede altrettanto margine non trova invece sponda, anche perché l'input del Ministero della Funzione Pubblica è che chi è retribuito per assicurare un servizio sul posto di lavoro lo assicuri nelle aree che (come allo stato Milano) non sono interessate da una specifica emergenza sanitaria da "zona rossa".

Qualche ulteriore disomogeneità si crea così lo stesso, perché i rinvii di udienze ordinarie non sono "coperti" dal decreto legge che ha congelato i termini solo dei processi che in qualunque parte d'Italia abbiano un magistrato, un avvocato, un testimone, un imputato o una qualunque parte provenienti da una delle "zone rosse": e quindi, mentre ad esempio in questi ultimi casi la prescrizione si blocca, nei casi invece di prudenziale rinvio organizzativo "alla milanese" i termini di prescrizione (così come tutte le altre scadenze) continuano a scorrere e a consumarsi. Ragione per cui tra i processi che si continuano a celebrare ci sono non soltanto le "direttissime" (con gli arrestati della notte prima) e quelli con detenuti, ma anche quelli di cui sia appunto prossima la prescrizione.

I due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus sono intanto in buone condizioni all'ospedale Sacco, ma sono diventate già più di 40 le persone che si sono messe o sono state messe in "quarantena" a casa per prudenza. E non soltanto a Milano, visto che da ieri anche un giudice di Firenze è a casa: "Ieri mi ha contattato e mi ha detto di aver partecipato il 22 febbraio a un convegno insieme a uno dei giudici di Milano risultato positivo al coronavirus - spiega la presidente del Tribunale fiorentino, Marilena Rizzo -, così gli ho detto di stare a casa fino al termine del periodo di incubazione di 14 giorni".

 

 

 

 

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