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Tra i migranti-detenuti in Grecia: "Catturati nei campi dopo il confine turco" PDF Stampa
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di Lorenzo Cremonesi

 

Corriere della Sera, 5 marzo 2020

 

A Filakio, tra filo spinato e barriere dove la polizia greca è inflessibile e non fa passare nessuno. La risposta più comune è "non so". Ovvero: non so quanto tempo resterò qui, non so dove andrò, non so a chi chiedere, da chi farmi difendere.

Parlare con i migranti-detenuti attraverso le reti metalliche e i fili spinati che circondano la prigione posta alla periferia del villaggio di Filakio significa scoprire un universo sospeso, dominato dall'incertezza, dove centinaia di persone, compresi tanti bambini, appaiono totalmente ignari del loro futuro, alla mercé delle autorità che li hanno rinchiusi.

"Stiamo arrivando numerosi negli ultimi giorni. La polizia greca ci cattura nei campi, appena superiamo il confine dalla Turchia. Gli agenti non sono violenti. Devo dire che ci trattano abbastanza con rispetto. Ma poi ci chiudono dietro le reti e noi non sappiamo più nulla. Io sono qui già da cinque giorni. Mi danno da mangiare e un letto. Meglio che sotto le bombe in Siria", dice rassegnato Diler Othman, un curdo 29enne originario della città siriana di Afrin.

Arrivare a Filakio non è semplice. Situato a 16 chilometri dal punto di passaggio con la Turchia a Kastanies, il campo, circondato da robusti e alti filari di reti metalliche, costituisce la rappresentazione perfetta del nuovo pugno di ferro greco, sostenuto dai partner europei in nome della comune opposizione alla politica del presidente turco Erdogan. Per visitarlo occorre una lunga trafila burocratica. I giornalisti sono malvisti.

Lo hanno notato i reporter che cercano di raccontare in diretta l'operato di esercito e polizia per bloccare al confine i migranti. Tanti tra noi sono stati fermati e rimandati indietro dalle pattuglie con l'accusa di aver superato una non meglio definita "zona militare chiusa". Anche parlare a distanza con i migranti rinchiusi può creare seri problemi. E ciò nonostante la stessa responsabile civile del campo, Irina Logotethi, spieghi paziente che in realtà questa "non è una prigione, bensì un Ric, ovvero un Centro di Ricevimento e Identificazione, dove i migranti non sono veri prigionieri, ma stranieri momentaneamente trattenuti".

Comunque, è ovvio che vi sono assiepati vecchi e nuovi arrivi. Che non possono uscire. "Sono qui da oltre cinque mesi assieme a mia moglie. Non abbiamo figli. Ci hanno detto che nei prossimi giorni saremo trasferiti d'ufficio nella prigione, che è proprio di fronte a noi", spiega il 25enne Murtaza Hashemi, catturato assieme alla 21enne Unulbanim. Sono entrambi afghani della regione di Wardak. "Non torneremo mai indietro. L'Afghanistan ci fa paura. I talebani stanno vincendo e noi siamo stanchi della loro violenza fanatica e religiosa", spiegano. A loro dire i migranti sono rinchiusi in quattro blocchi di edifici prefabbricati dove vivono assiepate oltre 600 persone. In maggioranza afghani, ma anche iraniani, marocchini, iracheni, siriani. Il cortile di cemento è costellato di fili per far asciugare il bucato.

I bambini giocano a palla dribblando tra la gente. E, anzi, visto che noi siamo fuori dal recinto, chiedono di recuperare un paio di palloni finiti oltre le barriere. Reza Huhabbi, 36enne di Teheran, è stato catturato quattro giorni fa assieme alla moglie e la figlia Mariam di tre anni. "I soldati turchi ci hanno riuniti a Edirne, quindi hanno indicato la strada per la Grecia. Io spero di diventare falegname ad Atene", dice.

Ma poco lascia credere che il suo sogno possa avverarsi. La questione migranti dalla Turchia alla Grecia è ormai componente centrale di una partita politica e geo-strategica ampia e complessa, che comprende il degenerare della guerra in Siria, il difficile rapporto Putin-Erdogan e le gravi frizioni tra Ue e governo di Ankara. Atene blinda sempre più i suoi confini, mentre accusa Ankara di diffondere fake news sulle violenze della polizia greca, accusata di aver sparato sui migranti causando almeno un morto e cinque feriti.

Ieri mattina abbiamo assistito a numerosi scontri tra migranti e agenti a suon di lacrimogeni e tiri di pietre. "Il confine è chiuso. Non si passa", ripetevano gli altoparlanti montati sui blindati. Il premier "falco" dell'Ungheria, Viktor Orbán, annunciava che "130 mila migranti" sarebbero già entrati in Grecia da venerdì. Ma il numero non combacia affatto con le poche migliaia segnalate dai portavoce ad Atene.

 

 

 

 

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