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Carceri e coronavirus: non toccate i diritti dei detenuti PDF Stampa
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di Stefano Anastasia*


Il Riformista, 3 marzo 2020

 

L'amministrazione penitenziaria ha diramato Linee guida, ma nessuna indicazione sulle visite dei familiari. Così che alcuni istituti hanno chiuso le porte agli esterni. In modo ingiustificato.

La diffusione del coronavirus sta suscitando legittime apprensioni: tutte le cautele messe in atto dal ministero della Salute, dalla Protezione civile e dalle Regioni non sono riuscite ancora a circoscrivere la diffusione del virus e si teme che il picco dei contagi, ancora di là da venire, possa mettere in seria difficoltà il sistema sanitario nazionale alla prova della gestione contemporanea di una mole di casi - e, soprattutto, di terapie intensive - come quella che potrebbe venirne.

Tra i motivi specifici di apprensione vi è anche la diffusione del virus nelle carceri e in genere nei luoghi di convivenza coattiva di persone a diverso titolo private della libertà. Sia chiaro: in carcere non si è manifestato ancora alcun caso di infezione e le persone detenute non hanno alcun motivo per essere identificate come fattori di rischio di diffusione del virus, essendo - anzi - da questo punto di vista più tutelate di altri proprio in ragione dei loro limitati contatti con l'esterno.

Eppure le carceri sono comunità chiuse, ma - per fortuna - non impermeabili: quotidianamente vi entrano non solo le persone tratte in arresto e i condannati a pene detentive, ma numerosi operatori, dell'Amministrazione penitenziaria, dei servizi sanitari, delle scuole e del volontariato. Ci sono poi gli operatori giudiziari e i parenti in visita ai congiunti detenuti.

Tutte attività e ingressi che non si possono interrompere in base a un generico principio di precauzione, ma che è importante che siano regolamentate secondo le necessarie misure di profilassi contro la diffusione del coronavirus che, in un ambiente chiuso, promiscuo e con limitate risorse di igiene personale per coloro che vi sono costretti, sarebbe gravissimo e difficile da gestire.

Questa, in effetti, è la preoccupazione specifica per la possibile diffusione del virus in carcere: non già che vi arrivi facilmente, ma che possa essere difficile individuarlo per tempo e, soprattutto, che possano essere adottate le necessarie misure di contenimento in quell'ambiente sovraffollato e igienicamente spesso scadente.

Per questa ragione, giustamente, l'Amministrazione penitenziaria e il Dipartimento della Giustizia minorile, per quanto di rispettiva competenza, hanno diramato opportune indicazioni per prevenire la diffusione del virus nelle istituzioni penali. Innanzitutto quelle di uso comune: dall'informazione rivolta al personale e ai detenuti alle norme di igiene raccomandate dal ministero della Salute. Poi anche indicazioni specifiche, articolate su livelli di rischio diversi a seconda dell'ubicazione degli istituti sul territorio nazionale.

Naturalmente il personale residente nei Comuni ove è stata dimostrata la trasmissione locale del virus è stato esentato dal servizio, così come è stato escluso l'accesso agli istituti di chiunque vi abbia residenza o domicilio. Sull'intero territorio nazionale, invece, il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria raccomanda che vi sia un particolare controllo sugli ingressi di nuovi detenuti (per cui potranno essere allestiti degli spazi temporanei di pre-triage) e di esterni alle amministrazioni della giustizia e della sanità, cui dovrà essere richiesta una dichiarazione di asintomaticità e di non aver soggiornato negli ultimi quattordici giorni in paesi ad alta endemia o in territori nazionali sottoposti a misure di quarantena.

Nei territori dei Provveditorati del Centro-Nord (fino all'Umbria, inclusa) è stata esclusa la possibilità della traduzione dei detenuti, salvo che per motivi di giustizia, quando necessario. Infine, nelle regioni in cui sono stati riscontrati casi di positività al virus (Lombardia e Veneto, ma anche Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Marche e Sicilia, non in Umbria e in Val d'Aosta e nel resto del Centro-Sud) i Provveditori sono stati autorizzati ad adottare iniziative che limitino le occasioni di contagio negli istituti, come la sospensione di attività trattamentali per le quali sia previsto l'accesso della comunità esterna, il "contenimento" delle attività lavorative esterne o di quelle interne che prevedano l'accesso di persone provenienti dall'esterno, la possibilità di garantire un maggior numero di colloqui telefonici o via Skype con i familiari al posto di quelli in presenza.

Misure ragionevoli, in qualche caso tarate su un eccesso di prudenza (come nei casi della creazione di una specie di zona arancione estesa a tutto il Centro-Nord Italia e alla Sicilia, della possibilità di sospensione di generiche attività trattamentali che prevedano l'accesso di esterni o di interruzione di attività lavorative), in qualche caso al di sotto delle necessità (la rilevazione della temperatura corporea di tutti coloro che entrano in carcere, a qualsiasi titolo e per qualunque amministrazione, per esempio, sarebbe elementare misura di cautela utile su tutto il territorio nazionale, così come un'adeguata fornitura di beni per l'igiene personale), ma comunque ragionevoli.

Naturalmente potranno essere modificate, a seconda dell'evoluzione della situazione, ma si tratta di misure di prevenzione importanti. Ma in tutto ciò che abbiamo fin qui descritto, nulla c'è che riguardi la chiusura generalizzata degli istituti penitenziari ai familiari, alla comunità esterna, ai volontari e agli operatori di enti pubblici e privati che vi lavorano e contribuiscono al suo quotidiano funzionamento.

Accade invece, a opera di qualche direttore o provveditore, ma è irragionevole e ingiustificato, dal punto di vista normativo e dal punto di vista precauzionale: quale maggior fattore di rischio porta in carcere un volontario, un insegnante, il titolare di una ditta o un parente, rispetto alle decine e centinaia di operatori delle amministrazioni penitenziaria e della sanità che vi entrano legittimamente ogni giorno?

Così come a quale prevenzione serve la sospensione disposta da qualche Tribunale di sorveglianza della semilibertà, peraltro per persone che generalmente dormono in stabili separati dalla generalità della popolazione detenuta? Insomma, massima cautela e massima prudenza, ma senza mortificare ingiustificatamente la vita e le attività negli istituti di pena.

Ogni misura di prevenzione deve essere finalizzata alla tutela della salute dei detenuti, non all'infondato etichettamento loro, dei loro parenti o dei volontari come agenti o fattori di rischio. Su questo delicato crinale si verifica la distanza tra le necessarie misure di prevenzione e ingiustificate chiusure del carcere alla comunità esterna. *Portavoce dei garanti territoriali dei detenuti

 

 

 

 

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