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Napoli. Coronavirus, gli avvocati dicono stop alle udienze PDF Stampa
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di Errico Novi


Il Dubbio, 3 marzo 2020

 

Il Consiglio dell'Ordine delibera l'astensione fino a mercoledì 11 marzo. Allarme dopo il caso dei 7 contagiati in uno stesso studio legale, ma sono stati decisivi i ritardi nelle misure sanitarie e nelle direttive "anti-calca" in tribunale.

Pressione altissima. Ovunque. In tutta Italia. E con gli uffici giudiziari sottoposti a sollecitazioni enormi. Ma a Napoli, nelle ultime ore, si è raggiunto un picco forse ravvisato a Milano solo nei giorni più difficili. Anche perché in uno stesso studio legale ben sette persone, dopo una trasferta nel capoluogo lombardo, sono risultate positive al coronavirus, e la circostanza ha scatenato l'allarme fra avvocati, magistrati e non solo. E visti i "ritardi nella predisposizione delle misure preventive, abbiamo scelto, come Consiglio dell'Ordine, di proclamare otto giorni di astensione dalle udienze", spiega il presidente degli avvocati napoletani Antonio Tafuri.

Il vertice di oggi pomeriggio alla Regione Campania - La decisione, difficile e clamorosa, arriva in capo a un fine settimana di serrati e affilatissimi scambi fra i capi degli uffici giudiziari e il Coa partenopeo. Un vertice tenuto oggi pomeriggio in Regione Campania, a cui ha preso parte, oltre al governatore Enzo De Luca, anche il prefetto Marco Valentini, non ha risolto le divergenze fra avvocati e magistrati. I primi hanno sollecitato misure immediate e, in vista della loro adozione, la sospensione temporanea delle udienze. Il presidente della Corte d'appello Giuseppe de Carolis e il pg Luigi Riello hanno ritenuto, visti i provvedimenti fin qui adottati a livello nazionale, di non essere nella facoltà di bloccare l'attività del distretto.

Astensione senza preavviso: lo consente la legge - Ma ad essere decisiva è stata, per gli avvocati, la tempistica poco rassicurante degli interventi sanitari: dispenser coi gel igienizzanti disponibili solo nelle prossime ore (e in virtù di un accordo straordinario fra Regione e Asl), in un Tribunale in cui manca in quasi tutti i bagni persino il sapone, sanificazione degli uffici programmata solo per il prossimo fine settimana. A quel punto l'Ordine forense ha deliberato lo stop da domani, 3 marzo, fino all'11 marzo compreso, in base alla norma che lo autorizza senza preavviso laddove esista un pregiudizio per l'incolumità delle persone.

Una situazione arroventata proprio in coincidenza con la tragedia di Ugo Russo, il 15enne ucciso con due colpi di pistola dal carabiniere che, secondo le ricostruzioni accreditate finora, avrebbe subito dal ragazzo un tentativo di rapina. Non è tragica come la morte del povero Ugo, eppure è comunque tesissima la situazione nei palazzi di giustizia napoletani, dove l'incubo del contagio è il carburante principale, ma a far divampare tutto è stata forse una scintilla.

Un riferimento, contenuto in una nota dei vertici giudiziari, all'articolo 650 del codice penale (che sanziona l'inosservanza dei provvedimenti assunti dalle autorità) e alla sua possibile contestazione a quei professionisti che, consapevoli di aver contratto il virus, non si fossero messi in autoquarantena.

La replica di Tafuri, presidente del Coa, ai capi degli uffici - Anche da lì è partita la risposta, durissima, del presidente dell'Ordine di Napoli, Tafuri che, in una pec inviata sabato scorso a presidente della Corte d'appello e procuratore generale, ha ribaltato la contestazione, e osservato come avvocati e dipendenti dello studio colpito si fossero "regolarmente autoposti in quarantena in osservanza delle direttive ministeriali". Secondo il vertice degli avvocati napoletani, dunque, non era "ravvisabile alcun comportamento riconducibile all'articolo 650".

Sempre in relazione al richiamo a quella fattispecie penale "per gli avvocati che frequentino i Palazzi di giustizia nonostante il sospetto di infezione da coronavirus", Tafuri aveva anche avvertito che, qualora "le Autorità Giudiziarie" non avessero dato disposizione di "rinviare i giudizi ai quali non partecipino tutti i difensori costituiti", il Coa di Napoli sarebbe stato "costretto a proclamare l'astensione".

L'allarme è stato creato anche dalla suggestiva quanto incredibile circostanza secondo cui, sempre per citare la lettera Tafuri "i casi accertati di coronavirus a Napoli riguardano solo avvocati": così è stato, almeno, fino a due giorni fa. Dopo l'invio di quella missiva il quadro è cambiato: ora in Campania i contagiati procedono purtroppo verso quota trenta, certo non solo avvocati. Ma il caso dello studio legale partenopeo resta all'origine dell'allarme.

Il primo legale contagiato parla a "Anteprima24" - Il primo professionista ad aver contratto il virus ha spiegato ieri al giornale online Anteprima24, in un'intervista a Marina Cappitti in cui ovviamente non viene mai citato col suo nome, di non aver dato pubblicità alla sua trasferta lombarda per evitare di diffondere un allarme incontrollabile, e di non sentirsi perciò un "irresponsabile", come lo aveva invece definito il governatore De Luca.

L'Ocf: sospendere udienze o misure straordinarie - A schierarsi sul particolarissimo caso partenopeo è anche l'Organismo congressuale forense: "La situazione coronavirus nel distretto di Napoli sta sfuggendo di mano nella totale assenza di provvedimenti da parte delle autorità", dice il coordinatore dell'Ocf Giovanni Malinconico, che chiede "l'immediata sospensione delle udienze per due settimane" o in subordine "il rinvio dell'escussione dei testi, l'autorizzazione al deposito di verbali telematici e l'igienizzazione di tutti i locali".

Parte delle tensioni potrebbe essere attenuata se i capi degli uffici traducessero le linee guida diffuse venerdì scorso da ministero della Giustizia e Cnf in una circolare capace di vincolare formalmente i giudici. In particolare per impedire assembramenti di avvocati e parti processuali non solo nelle aule di udienza. Finora si è provveduto sì a decongestionare le aule, ma le pericolosissime calche hanno continuato a formarsi appena fuori le porte.

 

 

 

 

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