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Ma il recluso non è una persona col diminutivo PDF Stampa
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di Lucio Boldrin*

 

Avvenire, 27 febbraio 2020

 

Fin dal linguaggio colpisce l'abitudine di trattare i carcerati come bambini o "adulti incompleti", che devono soltanto subire le decisioni altrui. C'è un aspetto della vita penitenziaria che mi colpisce quotidianamente: l'infantilizzazione. Fin dai primi giorni del mio incarico ho avuto infatti la sensazione che i carcerati siano trattati da bambini o da "adulti incompleti". Il linguaggio ne è il primo segnale.

Per esempio l'uso e l'abuso di parole col suffisso "-ino", come "spesino" o "scopino", che indicano i lavori svolti all'interno dell'istituto. L'istanza per l'ottenimento di un permesso premio o di una misura alternativa, poi, viene comunemente chiamata" domandina".

Termini, secondo me, da cui emerge uno scarso rispetto per l'uomo o la donna che ha inoltrato la domanda, e un senso di svalutazione della richiesta stessa, ma dalla quale talvolta dipende la libertà della persona. Faccio presente che alla "domandina" non corrisponde una "rispostina" (sempre sperando che arrivi... magari non con tempi biblici), perché nessuno oserebbe definire in tal modo la decisione del direttore, né tanto meno del magistrato o del Tribunale di sorveglianza.

Per ogni detenuto è previsto un percorso individuale con i pochi educatori/educatrici e psicologi che ci sono, ma francamente mi è difficile comprendere come si possa responsabilizzare una persona, quando il ruolo della persona stessa si riduce a essere quello di ricettore di decisioni di altri. Questo percorso individuale (peraltro di difficile realizzazione, per mancanza di personale e fondi) è comunemente chiamato "trattamento".

Non si tratta in realtà di un patto trattamentale, come avviene nelle comunità di recupero, ma appunto di un "trattamento", quasi che il detenuto ne sia solo l'oggetto e non il protagonista. Resta così la sgradevole sensazione che vi sia un agire teso a privare le persone recluse della capacità e del diritto a decidere, a gestire la propria quotidianità, a essere coinvolte in maniera attiva alla partecipazione dell'organizzazione della vita comunitaria.

L'unica prospettiva per i detenuti, e ho l'impressione che sia così in tutte le carceri, è dunque formulare le famose "domandine" con la speranza di essere ascoltati. Purtroppo, se non riescono a ottenere nulla, può accadere che usino l'altro linguaggio che conoscono e che è tristemente comune all'interno di tutti gli istituti di pena: fanno "gridare" il loro corpo con atti di autolesionismo, tentativi di suicidio o simulazioni. Una condizione che meriterebbe maggiore, e concreta, attenzione.

*Cappellano della Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia (Roma)

 

 

 

 

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