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Lavori di pubblica utilità, salute e gestione della sicurezza al 41bis PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 22 febbraio 2020

 

Pubblicate le Linee guida 2020 del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Secondo il Dap le sentenze avrebbero modificato la ratio del carcere duro, ma sia la Cedu sia le Corti italiane hanno ribadito che le misure non devono essere inutilmente afflittive.

Sono state recentemente pubblicate le nuove linee guida, relative all'anno 2020, a firma del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini. Sono tre i punti affrontati: il lavoro, il discorso dell'assistenza sanitaria e la gestione dei detenuti in alta sicurezza e al 41bis.

Per quanto riguarda il primo punto, si dà atto all'importanza del lavoro, sottolineando che si tratta del vero elemento di riabilitazione e reintegrazione sociale del detenuto. Il Dap spiega che il lavoro dovrebbe essere organizzato in maniera tale da far acquisire al detenuto professionalità e competenze spendibili all'esterno, ma "le contenute risorse economiche dedicate - si legge nelle linee guida - fanno sì che il lavoro penitenziario si riduca nella maggior parte dei casi alle due sole attività afferenti ai servizi d'istituto e alle lavorazioni". La proposta del Dap? Ampliare i lavori di pubblica utilità sulla scia di "Mi riscatto per" dove i detenuti lavorano gratuitamente all'esterno per gli enti pubblici.

L'altro tema riguarda il discorso, annoso, della salute in carcere. Il Dap evidenza che nel corso del tempo sono sorte problematiche relative alle modalità di erogazione dei servizi sanitari, che "possono spingersi a compromettere l'effettività della tutela della salute delle persone detenute". Il Dap stesso non nasconde il problema che in certe realtà carcerarie "sono inesistenti figure, pure indispensabili nel contesto, come medici psichiatrici, ma anche psicologi, psicoterapeuti, tecnici della riabilitazione psichiatrica".

Il Dap evidenza anche un'altra problematica: ad oggi l'amministrazione non dispone di dati statistici relativi ai bisogni di salute dei detenuti e neanche una mappatura che consenta di analizzare e valutare il rapporto tra tali bisogni e le risorse del servizio sanitario. Per questo, Il Dap, chiede di promuovere una piena collaborazione interistituzionale tra il servizio sanitario nazionale e l'amministrazione penitenziaria.

Il terzo tema principale affrontato nelle linee guide riguarda la gestione della sicurezza nelle sezioni di sorveglianza e il 41bis. In sostanza il Dap esprime una sua valutazione in merito all'interpretazione giurisprudenziale emanata dalla Corte europea dei diritti umani e dalle alte corti italiane. Da parte del Dap tali sentenze avrebbero "progressivamente ridimensionato i contenuti operativi e trattamentali dando al regime del 41bis una fisionomia molto differente da quella che era la ratio originaria".

Il Dap corrobora la sua preoccupazione citando l'attenzione data dalla Commissione parlamentare antimafia e della Procura nazionale. Il problema è che il 41bis è stato sottoposto a sentenze o a ordinanze della magistratura riguardanti diverse misure considerate inutilmente afflittive: parliamo della possibilità di vedere la televisione di notte, di poter cuocere il cibo, possibilità di usare Skype super controllato per effettuare colloqui con persone altrettanto recluse al 41bis. Piccole, ma inutili restrizioni che in realtà, di fatto, non hanno nulla a che fare con lo scopo originario del cosiddetto carcere duro.

Così come il discorso del 4bis, l'articolo dell'ordinamento penitenziario che vieta qualsiasi beneficio penitenziario se il detenuto sceglie di non collaborare. Lo scopo originario, voluto da Giovanni Falcone, era quello non di precludere per sempre tale possibilità, ma di renderla più difficile in funzione di premiare chi invece sceglie di diventare un collaboratore di giustizia.

Come ha ben rilevato l'ex senatore Luigi Manconi quando aveva presieduto la Commissione parlamentare sul regime speciale, la ratio originale del 41bis, in realtà "non dovrebbe costituire un regime crudelmente afflittivo, ma impedire la relazione con l'organizzazione criminale". Il Dap fa cenno a dei cellulari ritrovati in possesso di un detenuto al 41bis. Ma le sentenze delle alte Corti c'entrano ben poco.

 

 

 

 

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