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I teatranti della mafia PDF Stampa
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di Giuseppe Sottile


Il Foglio, 22 febbraio 2020

 

Il palcoscenico offerto a boss e pentiti. Altro che 41bis. Da Riina a Graviano, ciascuno recita la propria epopea. Finora sul palcoscenico delle fiction e del cinematografo c'è salito il popolo dell'antimafia: con i suoi magistrati coraggiosi, con i suoi registi impegnati, con i suoi attori animati da forte impegno civile.

E per averne un esempio basta guardare il film con il quale Marco Bellocchio e Pierfrancesco Favino rendono l'onore delle armi a Masino Buscetta, il pentito che consentì al giudice Giovanni Falcone di portare alla sbarra del maxi processo oltre quattrocento boss e picciotti di Cosa nostra. Persino i figli delle vittime - da Claudio Fava a Caterina Chinnici - si sono cimentati, con le loro memorie e il loro dolore, nella scrittura di copioni in grado di rivelare all'universo mondo delitti e nefandezze delle cosche che hanno imbrattato di sangue gli anni più belli della nostra vita.

Chi non ricorda "Il capo dei capi", il romanzone a puntate con il quale Canale 5 ha ricostruito le imprese sanguinarie di Totò Riina, dalla latitanza nelle campagne di Corleone fino alle stragi col tritolo, congegnate per ammazzare giudici e uomini di tenace onestà?

Ora però, in un momento in cui l'antimafia mostra i segni di una inevitabile stanchezza, comincia ad affacciarsi sulla scena la compagnia dei sepolti vivi: di quei mafiosi che, per la loro ferocia, erano stati rinchiusi - murati, si stava per dire - tra le pareti opprimenti e invalicabili del carcere duro.

Lì avrebbero dovuto espiare le condanne all'ergastolo e lì avrebbero dovuto patire le angherie dell'isolamento: colloqui limitati, sorvegliati e puntualmente intercettati; telecamere ventiquattr'ore su ventiquattro anche nel bagno; una sola ora d'aria sotto lo sguardo occhiuto degli agenti del Gom, il gruppo scelto delle guardie carcerarie il cui compito primario è proprio quello di garantire i sistemi di massima sicurezza.

Quando il Parlamento approvò il 41bis - l'articolo che concede al ministro Guardasigilli il potere di sospendere per i mafiosi le garanzie previste dall'ordinamento penitenziario - era l'agosto del 1992. Tre mesi prima, nell'attentato di Capaci, gli uomini di Totò Riina avevano massacrato il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini della scorta. E non era finita lì.

Cinquanta giorni dopo, il 19 luglio, la stessa maledetta sorte era toccata, nel rogo di via D'Amelio, a Paolo Borsellino, l'amico e collega che aveva firmato con Falcone l'ordinanza con la quale di fatto veniva scardinata e rinviata a giudizio la cupola di Cosa nostra. Lo Stato non poteva incassare una sfida così temeraria. E per segnare il confine tra il diritto e il sopruso, varò il 41bis con il preciso scopo "di impedire il passaggio di ordini e comunicazioni tra i criminali in carcere e le loro organizzazioni sul territorio".

Un proposito sacrosanto, va da sé. Ma le inquietudini barocche della giustizia italiana hanno finito, anche senza volerlo, per ridare a boss del calibro di Totò Riina o di Giuseppe Graviano il più ampio diritto di parola. Dopo anni di morte civile dentro i pozzi neri del carcere duro, i sepolti vivi sono risuscitati e come lazzari di un nuovo testamento si sono trasformati in predicatori, in sceneggiatori, in romanzieri.

Sono diventati - con gli applausi, manco a dirlo, dell'antimafia più lussureggiante - registi e attori delle nuove fiction, recitate nelle aule dei tribunali o nei palchetti attrezzati per loro da quei magistrati che, per zelo o per ambizione, passano i loro giorni a scavare nelle tenebre del passato per portare alla luce scelleratezze mafiose e complicità politiche, trame oscure e mandanti occulti. E loro, quelli che erano stati murati nel carcere duro, escono uno dopo l'altro dalla tomba e predicano urbi et orbi le loro verità. Tanto, chi potrà mai smentirli?

Prendiamo la performance - un misto di memory e melodramma - scandita da Totò Riina nel carcere milanese di Opera. I magistrati di prima fila, quelli che a Palermo stavano per affrontare come pubblici ministeri il mastodontico processo sulla Trattativa tra i boss di Cosa nostra e alcuni uomini dello Stato, avevano pensato bene di architettare, tra agosto e novembre del 2013, il colpo del secolo. Hanno ordinato ai funzionari della Dia, direzione investigativa antimafia, di imbottire di microspie il cortile dove Riina era costretto a trascorrere la sua ora d'aria.

Poi hanno ingaggiato un malvissuto di origine pugliese, Alberto Lorusso, e gli hanno assegnato il compito di recitare la parte del compagno di sventura tanto desideroso di condividere col boss rancori e risentimenti, sfoghi e giudizi al veleno. Ma la vecchia belva corleonese s'è mangiata la foglia e ha colto subito l'occasione per dettare ai posteri le sue memorie: ha smentito, punto per punto, le verità giudiziarie consacrate da tribunali, corti d'appello e Cassazione; ha lanciato a destra e a manca ogni sorta di minaccia e di avvertimento; ha diramato in codice, con la sublime arte del dire e del non dire, tutti i messaggi che voleva diramare ad amici, picciotti e affiliati; si è fatto beffa dei nemici e dei magistrati che lo avevano perseguito. Quando gli agenti della Dia hanno messo su carta tre mesi di intercettazioni è venuto fuori un librone di 1.300 pagine. Un'epopea della mafia. Un romanzo. Buono per i giornali ma non per la giustizia.

Ricordate i titoloni del febbraio 2014 quando i risultati del lavoraccio fatto tra le mura di Opera venne dato alla stampa? Sembrò che le fondamenta della Repubblica stessero per crollare. Sembrò che da un momento all'altro chissà quale sventura si sarebbe abbattuta su Silvio Berlusconi e che l'apocalisse del suo impero fosse dietro l'angolo: "Le isole fuggirono e le montagne non si ritrovarono mai più".

Ma era tutta una montatura. Perché il serpigno boss, sulla trattativa, non aveva detto una parola. Il 18 agosto Lorusso, il provocatore, lo istiga persino a parlare del democristiano Nicola Mancino, l'ex ministro dell'Interno, rinviato a giudizio per falsa testimonianza ma lui stronca ogni aspettativa: "Ma che vogliono sperimentare che questo Mancino trattò con me? Loro vorrebbero così, ma se questo non è avvenuto mai!".

Chissà dove sono finite quelle 1.300 pagine. Chissà in quale fascicolo sono state inserite e abbandonate. Di certo non hanno squarciato alcuna omertà, non hanno svelato nessuna trama oscura, non hanno smascherato alcun mandante occulto delle stragi, non hanno rivelato nessuna complicità tra la mafia e i poteri dello Stato. Tanto è vero che, ad un certo punto, l'attenzione è stata spostata sull'unica notizia cupa e perciò stesso rilevante: le minacce esplicite a Nino Di Matteo, il pm che assieme ad altri tre colleghi rappresentava l'accusa nel processo sulla Trattativa appena iniziato davanti alla Corte di Assise: "Quello lì deve morire, fosse l'ultima cosa che faccio", aveva sentenziato il boss. "E lo faremo in modo eclatante".

Apriti cielo. Di Matteo - e non poteva essere diversamente - è diventato il magistrato più scortato d'Italia e un simbolo dell'antimafia. Il processo è andato avanti per cinque anni; Riina è morto nel novembre del 2017, per un tumore al rene, nel carcere di Parma; la sentenza sulla Trattativa - con pesantissime condanne per i boss, per l'ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri e per tre alti ufficiali del Ros - è stata letta dal presidente Alfredo Montalto sei mesi dopo, nell'aprile del 2018.

Ora si attende il verdetto dei giudici d'appello che, a differenza dei magistrati più intraprendenti delle procure, non sempre sono disposti a concedere il podio ai mafiosi che tentano di riscrivere, in termini eroici e straordinari, il romanzo nero della mafia. Glie ne capitano di tutti i colori. L'esempio più recente e, all'un tempo più clamoroso, è quello di Francesco Geraci il pentito che al tempo in cui i boss contavano era appena un gregario di quarta fila e oggi tenta di spacciare ai giudici un racconto d'alta mafia, manco fosse un Le Carré o un Chandler o un Graham Greene; e racconta di quando lui, l'inafferrabile Matteo Messina Denaro e altri due soldati delle cosche trapanesi si recarono a Roma per compiere una missione che corroborasse il ricatto allo Stato lanciato, con le stragi di Palermo, dai corleonesi di Totò Riina.

La missione prevedeva una serie di omicidi eclatanti che facessero scrusciu, rumore. Dovevano morire Pippo Baudo, Michele Santoro, Maurizio Costanzo. Il pentito entra nei dettagli. Racconta con quale automobile hanno raggiunto la Capitale, in quale albergo hanno dormito, con quale carta di credito hanno pagato il conto, quale arsenale si sono portati dietro, quali sopralluoghi hanno compiuto prima di passare all'azione.

Ma la Corte d'appello si è solo annoiata. E anche irritata: il collaboratore di giustizia non ha saputo spiegare i motivi per i quali, alla fine, gli omicidi non sono scattati. Non solo, ma il suo racconto non avrebbe potuto mai trovare un riscontro: Matteo Messina Denaro è latitante e gli altri due compagni di avventura sono nel frattempo deceduti.

Ma la Corte d'appello che dibatte sulla Trattativa, presidente Angelo Pellino, sarà probabilmente chiamata nei prossimi giorni a prendere una decisione non su un pentiticchio d'avanspettacolo come Geraci ma su un'attore di primissimo piano che finora ha tenuto la scena con la padronanza di un Marlon Brando.

Il suo nome è Giuseppe Graviano, condannato assieme al fratello Filippo all'ergastolo come mandante delle stragi di mafia, al pari di Riina. Incontrastato boss di Brancaccio - il quartiere dove fu assassinato, sempre per ordine suo, padre Pino Puglisi, sacerdote di grande carisma e di limpida coscienza antimafiosa - Graviano è stato arrestato nel 1994 mentre era in trasferta a Milano. Condannato in via definita con sentenza della Cassazione, è stato murato vivo, senza soluzione di continuità, tra le pareti blindate del 41bis e da lì ha assistito senza fiatare ai processi che hanno inchiodato i suoi compari e i suoi favoreggiatori; ha ascoltato impassibile tutte le testimonianze dei pentiti e dei collaboratori di giustizia; e, da spettatore, ha visto scorrere davanti ai suoi occhi processi e condanne, vendette e regolamenti di conto.

Poi, probabilmente senza rendersene conto, si ritrova nel carcere di Ascoli Piceno con un detenuto per camorra, Alberto Adinolfi, che come l'agente provocatore di Riina, lo invita a piangere sulla sua spalla. E lui, il boss, si lascia andare a uno sfogo destinato a diventare il prologo del suo lungo romanzo.

"Al signor Crasto gli faccio fare la mala vecchiaia", dice con un livore covato chissà per quanto tempo. È il 4 aprile del 2016. Il signor Crasto, che in palermitano stretto significa cornuto, sarebbe Silvio Berlusconi, che gli avrebbe negato una mano dopo avergli chiesto egli anni Novanta di tenersi pronto perché prima o poi avrebbe avuto bisogno di lui. E basta questo per convincere i magistrati inquirenti - quelli sempre in cerca di conferme sul patto scellerato tra la mafia e la politica - a puntare le microspie nel cortile del carcere e a registrare per un anno intero, fino all'aprile del 2017, trentadue conversazioni.

Graviano parla di tutto. Si vanta di avere avuto, anche se murato nel carcere duro, un rapporto intimo con la moglie, rapporto dal quale è nato un figlio; racconta i misteri e le stranezze che avrebbero avvolto il suo arresto, si proclama ovviamente innocente di tutte le infamie che la giustizia gli ha scaricato sulle spalle e si prepara a scrivere, dopo il prologo, i capitoli più sostanziosi del suo romanzo.

Il palcoscenico glielo mette a disposizione il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che lo chiama a testimoniare nel processo intentato contro la 'ndrangheta stragista. Ed è lì che Giuseppe Graviano sfodera un repertorio dentro il quale nemmeno i giornalisti più smagati e più vicini alle procure riescono a tradurre i messaggi criptati né a decifrare la strategia. La più accreditata letteratura giudiziaria presenta il pentito Gaspare Spatuzza come il vangelo che cancella di colpo, al processo per la strage di Via D'Amelio, le fandonie raccontate dal balordo Scarantino e che hanno portato alla condanna di sette poveri innocenti?

Bene. Graviano dice che Spatuzza è tutto una montatura e che è più falso di Scarantino. I magistrati di Palermo si battono perinde ac cadaver per dimostrare che la Trattativa c'è stata? Bene. Graviano sostiene che non gli risulta nessun patto scellerato. Ma poi, quando la platea si è già scaldata, il boss si sposta sul boccascena - che è il luogo geometrico in cui la voce dell'attore si fa baritonale - e intona il monologo delle grandi occasioni.

Altro che Laurence Olivier. Dice che lui, da latitante, è andato a trovare due o tre volte Berlusconi, e una sera andò pure a cena con lui. I rapporti erano buoni: latte e miele. Ma poi il vento cambiò. Come mai? Al tempo in cui il tycoon di Arcore costruiva Milano Due e gettava le premesse per creare l'impero della televisione, "mio nonno partì da Palermo con venti miliardi di lire nella valigia" e li investì in quella impresa.

Gli era stato promesso un utile del venti per cento. Ma quei guadagni non sono mai tornati alla base. "Se ne lamentava il nonno e anche mio cugino Salvo Quartararo, che seguì da vicino tutto l'affare": il Crasto, li tenne tutti per sé e non rispettò i patti.

 

 

 

 

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