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L'avvocato contro PDF Stampa
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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 22 febbraio 2020

 

A colloquio con Gian Domenico Caiazza, folgorato sulla via della giustizia liberale da Pannella e Tortora. La sua guerra al "magistrato monologante". Pannella lo folgora una sera dalla tv, "un confronto con il segretario del Pci, Giancarlo Pajetta. Un confronto impossibile. La modernità di Pannella, che parlava del non perdere la dimensione libertaria a sinistra, una cosa che io avevo sempre sentito, che mi impediva di essere totalmente comunista"

Così entra nell'orbita pannelliana, ancora studente frequenta la fondazione Piero Calamandrei, "e nonostante fossi certo di voler fare il penalista, incontro Stefano Rodotà, allora su posizioni molto avanzate. Altra folgorazione: i diritti della persona, il diritto all'identità personale, all'identità politica. Cose che oggi noi diamo per scontate ma che all'epoca erano avanguardia assoluta. Rodotà mi affidò una tesi sui rimedi risarcitori della lesione dei diritti della personalità. Tipo il danno biologico. Comincio a collaborare con la fondazione. Ma sempre mettendo davanti la carriera da avvocato".

E avvocato significa penalista, "una cosa diversa da tutte le altre", si eccita Caiazzone. "Feci qualche tempo di pratica da un civilista, giusto per capire che non mi interessava proprio. Poi feci un po' di tutto, ed ero solo procuratore legale quando un avvocato grosso, Marcello Petrelli, mi chiede di entrare a studio, grazie al nipote che studiava con me".

La storia che gli cambia la vita è il processo Tortora, il più incredibile scandalo giudiziario italiano. Arrestato nel 1983 in favore di telecamera, con tredici pentiti che accusano incredibilmente il più famoso anchorman del momento di essere uno spacciatore per conto della camorra. Una cosa difficile da capire, oggi. Quant'era famoso Tortora? Come Fiorello? "No, era il giornalista più famoso d'Italia". "Un giornalista che faceva una trasmissione popolare. Faceva 20-21 milioni di spettatori, una cosa oggi impensabile. Aveva fatto la Domenica sportiva". Quando viene assolto, già malato di cancro, Tortora nomina Caiazza "per una serie di querele contro i giornali che lo massacrarono".

Il rapporto tra stampa e magistratura era particolarmente virulento. "Era l'uomo più popolare d'Italia, che a un certo punto aveva tradito gli italiani. Era l'untore. I giornali erano feroci. Un clima micidiale: facemmo due cause contro Il giornale di Napoli, un quotidiano che oggi non esiste più, che era l'house organ della procura.

Due querele, due assoluzioni del giornalista scandalose, che il giornalista sapeva prima, e mi preannunciò. Mentre i giudici erano ancora in Camera di consiglio mi venne a dire: 'Sarà insufficienza di prove su dolo", e così fu. Per dire il clima di quegli anni. Chi erano i giornalisti che non presero parte al coro? "Enzo Biagi, Giorgio Bocca, e Vittorio Feltri, inviato del Corriere al processo a Napoli".

Poi, insieme a Vincenzo Zeno Zencovich "fummo gli avvocati nella causa per responsabilità civile dei giudici". Perché Tortora tentò di rivalersi per i processi avventati, le accuse assurde, le manette. Persa. "No, non arrivammo neanche a farla. Prima ci querelarono per calunnia". Ma come per calunnia? "In quanto avvocati". "Poi sollevarono la questione costituzionale. Poi la Corte costituzionale ci dette ragione. Ma dopo quattro anni e mezzo decidemmo di lasciar perdere. Citare per responsabilità civile dei magistrati che erano stati tutti promossi 'con encomio', ci arrendemmo". Tortora morì durante la causa.

Poco prima: "Quanto chiediamo di danni?", gli chiesi. Io pensavo di lasciar fare al giudice. "Lui invece mi citò il Signor Bonaventura, il personaggio del Corriere dei piccoli, quello di "Qui comincia la sventura del signor Bonaventura".

Le storie di questo personaggio, un omino misterioso e elegante vestito di rosso, seguivano uno schema sempre identico: la sventura del protagonista si trasformava in un beneficio altrui e culminava inevitabilmente nella fortunata vincita di "un milione" (di lire: cifra pazzesca per l'epoca, diventato "un miliardo" negli anni Cinquanta). Quanto gli chiediamo, Enzo? "Cento miliardi", risponde Tortora, dal suo letto di ospedale. Una cifra astronomica, assurda, il milione del signor Bonaventura, che però colpisce l'attenzione di tutti, e infatti quella richiesta, che pure rimase simbolica, finì su tutte le prime pagine".

Il rapporto tra magistratura e informazione si capisce che è il cuore del problema, siamo sempre nella scuola pannelliana. "Quando l'opinione pubblica capì con l'assoluzione che Tortora era una vittima, la stessa opinione pubblica che era massicciamente colpevolista, con l'84 per cento andò a votare il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Sono le stesse persone che tre anni prima lo linciavano. Ecco perché non si può legiferare in base alla pancia delle persone, soprattutto in una materia come il diritto penale", si infiamma Caiazza.

"Ecco perché il diritto penale è un tema che va governato da chi ha saldezza di principi. Non si possono seguire gli umori della gente". E come si fa? Togliamo il suffragio universale? Io sono d'accordo. "No, si tratta di pretendere che la politica torni a fare il proprio mestiere. Ascoltare ma non seguire. Decidere".

Il problema, dice ancora Caiazza, è che quelli di una giustizia liberale "sono valori controintuitivi. Come il principio di non colpevolezza. Se uno è stato arrestato, di no, e rimasi però l'avvocato di Marco e dei radicali. Le cause più stravaganti. Tutti i processi per droga. Preparavamo le bustine di marijuana, con una dose limite, che fosse superiore al consentito, di pochissimo, poi andavamo a sventolarla sotto il naso dei poliziotti.

Loro erano stufi, facevano finta di non vedere, andavamo a chiamarli, allora erano costretti ad arrestarli. Allora si faceva una perizia, sulla "dose drogante", arrivavano i farmacologi, si faceva un gran casino e la cosa finiva sui giornali".

Insomma, nonostante lo studio lussuoso, pare che Caiazzone non abbia venduto l'anima al grande capitale, né ha sposato la figlia del boss. La moglie è invece Ada Pagliarulo, caporedattrice a Radio radicale, "ci conoscemmo da ragazzini, lei era figlia di un magistrato, i nostri genitori erano entrambi di Polla, in provincia di Salerno, dove entrambi andavamo in vacanza.

Quando sono venuto a Roma l'ho chiamata, così, senza immaginare. Lei era molto più avanti: femminista, radicale da sempre, ha cominciato a fare la giornalista a TeleRoma56", che pure era una fucina radicale. Se si fosse dedicato a processi un po' più sostanziosi e tradizionali avrebbe fatto più soldi. "Eh", sospira, "va bene così", e questi quadri? Giosetta Fioroni?

"Sono tutti regali di clienti", e ce n'è uno però non riconoscibile, "è di Ottaviano Del Turco", ultimo segretario del Psi e presidente della regione Abruzzo, arrestato dodici anni fa per una vicenda di malasanità. "Lui massacrato, la sua giunta sciolta, tutti arrestati, sulle sole parole di un imprenditore che disse di aver dato 6 milioni di euro di tangenti.

Soldi che non sono mai stati trovati. Siamo stati assolti da quasi tutto. Intanto anni di carcere, ostracismo sociale, una cosa simile a quella di Tortora, una delle più grandi battaglie a cui io abbia mai partecipato". Ma insomma fa anche dei casi normali? Qualche omicidio? "Sì, sì, certo, omicidi, criminalità comune. Faccio tutto". Perché in fondo è un avvocato. Anche se non avvocato del popolo, come il premier. "Un'espressione che mi fa rabbrividire".

 

 

 

 

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