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Napoli. Storia di Liz, dalla prigione a una nuova vita PDF Stampa
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di Marìka Surace*


Il Foglio, 14 febbraio 2020

 

Grazie al carcere di Nisida, grazie alla legge italiana. Arrestata da adolescente a Malpensa, ha cercato sua madre, ha sbagliato ancora, ha rischiato il rimpatrio e si è meritata la sua chance. L'incontro con Elizabeth, che preferisce essere chiamata Liz, è in centro storico, a poche centinaia di metri dalla stazione di Napoli Piazza Garibaldi. Qui, nell'edificio che ospitava un vecchio lanificio, c'è la sede della Cooperativa Dedalus, uno dei punti di riferimento cittadini per le fasce più deboli della popolazione, soprattutto vittime di tratta e minori. Queste strade, sempre affollate, rumorose di voci e traffico, sono le stesse che Liz ha percorso la prima volta che è uscita da Nisida. Grazie all'intervento coordinato di avvocati e operatori, ma grazie anche all'attenzione del direttore del carcere, Gianluca Guida, e del magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, nonché alla disponibilità della questura, si è applicata al caso di Elizabeth una norma del nostro ordinamento troppo spesso ignorata: l'articolo 18 comma 6 del Testo Unico Immigrazione.

La norma prevede che a fine pena venga rilasciato un permesso di soggiorno a coloro che hanno compiuto il reato da minorenni. E che, durante l'esecuzione della pena, abbiano intrapreso un programma di integrazione con un'associazione accreditata. Uno strumento importante che, dopo il caso di Elizabeth, è stato applicato altre due volte, sempre a Napoli.

E che consente al minore autore del reato (che, ricordiamolo, a volte è anche vittima, poiché, come nel caso di Liz, è spesso eterodiretto da adulti) di proseguire in libertà il reinserimento già intrapreso in carcere. "Non ci credevo. E non ci ho creduto fino all'ultimo giorno. Fino a quando le porte di Nisida, per me, si sono aperte. E non c'era l'incubo dell'ignoto ad aspettarmi, ma una nuova vita". Una nuova vita che non le fa dimenticare il passato.

Il cuore di Liz, che ora vive in una piccola comunità e segue dei corsi di cucito e fotografia presso la cooperativa Dedalus, è ancora in carcere. "Non posso che pensare a tutti quelli che sono rimasti lì, a quelli che usciranno presto o che hanno pene più lunghe. Cammino per le strade, ogni tanto devo ripetermi che sono libera, che sono fuori. Ma sento la loro mancanza, ci scriviamo. Vorrei che a tutti loro venisse data un'altra possibilità.

Tutti sbagliamo, siamo esseri umani. Ma se inizi a credere che un altro modo di vivere è possibile, meriti una chance. Soprattutto se impari la cosa più importante di tutte: farsi aiutare, fidarsi di chi ne sa più di te. Perché non c'è niente di male a dire che da sola non ce la fai".

 

*Avvocato immigrazionista

 

 

 

 

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