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Migranti. Hrw: il Memorandum tra Italia e Libia va sospeso PDF Stampa
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di Roberto Prinzi

 

Il Manifesto, 14 febbraio 2020

 

Guerra. Human Rights Watch chiede protezione per i migranti, come aveva fatto l'Onu a gennaio. L'aeroporto di Mitiga sotto le bombe di Haftar, mentre il generale della Cirenaica riceveva Di Maio. Il Memorandum d'Intesa firmato da Italia e Governo di accordo nazionale libico (Gna) nel 2017, rinnovatosi automaticamente lo scorso 2 febbraio, deve essere sospeso finché la Libia "non si impegnerà a un piano chiaro per garantire il pieno rispetto della sicurezza e dei diritti dei migranti".

A dirlo è un rapporto pubblicato l'altro ieri da Human Rights Watch. Secondo l'ong, i centri di detenzione dovrebbero essere chiusi e i migranti protetti dai trattamenti inumani e degradanti che continuano a subire. Finora, però, il governo Conte promette fuffa: il ministero degli Esteri italiano guidato da Di Maio ha annunciato lo scorso 9 febbraio di aver inviato a Tripoli delle "modifiche" che, afferma, aumenteranno la loro protezione.

Ma che non cambieranno la sostanza dei fatti: la Libia non è un "porto sicuro" dove rispedire migliaia di persone intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Lo ha detto a metà gennaio il segretario dell'Onu Guterres e lo ha ripetuto due settimane dopo la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, che ha invitato il nostro paese "a sospendere urgentemente" la cooperazione con la Guardia costiera libica "fino a quando non ci saranno chiare garanzie sul rispetto dei diritti umani".

Ma il governo finge di non vedere e tira dritto cercando di ritagliarsi un ruolo da protagonista sul dossier libico. Ieri Di Maio ha terminato una visita di due giorni nel paese nordafricano dove ha incontrato a Tripoli e Bengasi i principali protagonisti della crisi libica: il premier del Gna al-Sarraj e il suo nemico giurato, il capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) Haftar.

Ha parlato anche d'immigrazione, discutendo con Haftar "della messa in sicurezza dei confini marittimi e di come impedire l'infiltrazione di elementi di gruppi terroristi e criminali via mare". A tutti i suoi interlocutori Di Maio ha poi ribadito di seguire la via politica tracciata nel summit internazionale di Berlino dello scorso 19 gennaio.

Una via morta e sepolta già al suo concepimento: mentre il generale (ex nemico dell'Italia) lo ascoltava, i suoi jet bombardavano l'aeroporto di Mitiga costringendolo nuovamente alla chiusura. Non solo: corpi di mortaio cadevano alla periferia meridionale della capitale, uccidevano una donna e ferivano altre quattro persone. Eppure solo poche ore prima il Consiglio di sicurezza Onu approvava una risoluzione che ribadiva la necessità per un cessate il fuoco duraturo.

Non è la prima volta che la diplomazia parla una lingua diversa da quello che avviene sul campo. La duplicità della Libia non è solo militare esemplificata nella guerra tra Gna e Haftar. Ma è prima di tutto quella raccontata dalla diplomazia e quella invece vissuta dai civili. Quella di Di Maio o del suo omologo tedesco Maas che parla di "progressi" in vista di dopodomani a Monaco dove si incontreranno per la prima volta il Comitato dei seguiti e i gruppi di lavoro per attuare i risultati di Berlino. E quella dei civili sotto attacco e, soprattutto, dei più deboli tra loro: i migranti. Tre giorni fa 116 sudanesi detenuti nel centro di detenzione di Kufra sono stati riportati in Sudan dopo essere entrati "illegalmente". "Oltre 60 di loro - ha detto il direttore della struttura - erano senza documenti ed erano portatori di gravi malattie infettive". Gli untori del 21esimo secolo.

 

 

 

 

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