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Salvini sfida i giudici pronto al martirio: conta sul tribunale dell'opinione pubblica PDF Stampa
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di Paolo Armaroli

 

Il Dubbio, 13 febbraio 2020

 

Suppongo che in questi giorni la senatrice della Lega Giulia Bongiorno, allieva di Franco Coppi e pupilla di Giulio Andreotti, abbia rimuginato su un episodio del lontano ottobre del 1922. Alla vigilia della marcia su Roma, Vittorio Emanuele III domanda al suo aiutante di campo, salvo errore il generale Cittadini, come si sarebbe comportato l'esercito nel caso di stato d'assedio. Questa la risposta: "Maestà, l'esercito farà il proprio dovere. Come sempre". Ma poi, dopo una studiata pausa, aggiunge: "Però sarebbe meglio non metterlo alla prova". Ecco, la Bongiorno sa bene che la magistratura è come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto. Ci mancherebbe.

Ma, previdente com'è, avrà concluso che sarebbe meglio non metterla alla prova. Non si sa mai. Ieri, nell'aula di Palazzo Madama, la Bongiorno non ha solo perorato da par suo una causa nella quale crede dal profondo del cuore. Ha fatto di più: ha battibeccato con il suo leader, nella fattispecie una sorta di suo assistito, con spunti degni di un teatro di gran classe. Lei che avrebbe voluto rubare un po' di minuti al suo Capitano nel timore che questi si facesse del male con parole tipiche del guascone che c'è in lui. E Salvini che prima le nega un altro po' di spazio e poi, dopo un batti e ribatti, glielo concede. Ma a malincuore.

Perché questo di Palazzo Madama è stato un palcoscenico tutto per lui. Ha preteso di essere, più che soggetto percosso, protagonista assoluto. Come la sposa ai matrimoni e il morto ai funerali. Anche a costo di far disperare la Bongiorno. E già, perché un grande attore si riconosce per come entra in scena. E lui è scivolato quando ha denunciato maldestramente l'assenza dei ministri, a cominciare dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dai banchi del governo. Una critica senza il benché minimo fondamento giuridico. Perché il governo è assente a ragion veduta. Ci mancherebbe altro che dicesse la sua su un ex ministro.

Pro o contro, poco importa. Difatti il giudizio su Salvini è una gelosa prerogativa del Senato della Repubblica. Un discorso a braccio, il suo. Con luci e qualche ombra. Interessato a coinvolgere un po' tutti i ministri del Conte uno. Dopo tutto, un gioco da ragazzi. Ma con qualche citazione di troppo. Sia pure anema e core: dai diletti figlioli alla cara nonna. D'altra parte, Salvini si considera un Capitano senza macchia. E, per ciò stesso, senza paura. Come dire: mandatemi sotto processo e poi ne vedremo delle belle. Se Salvini è stato la disperazione della Bongiorno, è venuto in soccorso di quest'ultima il decano del Parlamento italiano Pier Ferdinando Casini, a suo tempo impareggiabile presidente della Camera. Le cose non le ha mandate a dire. Se la Bongiorno aveva dichiarato che in questa fase il Senato deve valutare con imparzialità i due piatti della bilancia - Salvini da un lato e la magistratura dall'altro - Casini non è stato da meno. Ha dichiarato: "Non possiamo delegare questa azione (ovverosia il giudizio su Salvini, n. d. r.) alla magistratura, in una sorta di supplenza impropria.

Peraltro, la magistratura ha fatto valutazioni di merito diverse, perché la procura della Repubblica non ha fatto la stessa valutazione del Tribunale dei ministri". In un crescendo rossiniano, Casini è stato ancora più esplicito: "Salvini oggi è un leader emergente e una figura divisiva ed è chiaro che si fa fatica a fare un discorso in astratto, come se parlassimo di Pinco Pallino e non del principale oppositore di questo governo. Ma dobbiamo sforzarci di fare così. Ricordate, colleghi, che quello che oggi capita a Salvini in teoria può capitare a tutti coloro che hanno responsabilità di governo. La ruota gira, colleghi, e quello che capita a Salvini oggi può capitare domani a Zingaretti o a qualcun altro". Un discorso degno di affissione, come si diceva nel lessico parlamentare di una volta.

Purtroppo è come se avesse parlato al muro. Salvo lodevoli eccezioni, ieri si è registrato al Senato un dialogo tra sordi. Ravvivato a tratti da una involontaria comicità. Valga per tutti l'interrogativo del democratico Dario Parrini: "Noi avremmo politicizzato la vicenda?". Figurarsi. Parrini è un superesperto di sistemi elettorali e un buon conoscitore di storia patria. Non pago di queste indiscusse qualità, ha pensato bene di rallegrare l'assemblea con una impareggiabile facezia. Da parte sua, Salvini ha mostrato il petto al fuoco nemico. Con la speranza che giudici degni di questo nome ci siano non solo a Berlino, come confidava il mugnaio di Potsdam, ma anche a Catania. In ogni caso, da professionista della politica qual è, sa bene che al di sopra dei magistrati c'è un altro tribunale. È il tribunale dell'opinione pubblica. E così sia.

 

 

 

 

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