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Udine. Presunto stupro di un disabile in carcere: indaga la Procura PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 13 febbraio 2020

 

Anche il Garante nazionale dei detenuti sta acquisendo informazioni sulla vicenda. Dopo la denuncia da parte dell'attivista dei radicali italiani Emilio Quintieri, riportata anche su Il Dubbio dimartedì, il Garante nazionale delle persone private della libertà sta acquisendo informazioni in merito a un episodio di presunta violenza avvenuto nella Casa circondariale di Udine.

La Procura friulana ha prontamente aperto un fascicolo per l'ipotesi di reato di violenza sessuale. Tale fatto, in base a quanto riferito dalla direttrice dell'Istituto, nel corso di un colloquio con il Garante, sarebbe stato denunciato recentemente dall'interessato pur essendo avvenuto negli ultimi mesi del 2019. In attesa dei riscontri e della documentazione richiesta, il Garante ha espresso seria preoccupazione, ha invitato la Direzione a dare chiari segnali di non tolleranza di tali comportamenti oltre che la doverosa informazione alla Procura della Repubblica e a garantire ogni tutela alla persona coinvolta.

Parliamo del caso di un giovane detenuto con problemi psichici che sarebbe stato stuprato da quattro persone che erano in cella con lui al carcere di Udine. Sulla vicenda è intervenuto anche il segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo. "Il caso dello stupro nel carcere di Udine di un detenuto con problemi mentali ad opera di altri detenuti dovrebbe riaccendere l'attenzione su un problema che abbiamo sollevato da troppo tempo sempre inascoltati: solo l'1 per cento delle violenze sessuali in cella viene denunciato, con i più deboli costretti a pagare l'assenza di misure di tutela personale", afferma Di Giacomo, sottolineando che "nel caso di Udine ritroviamo tre emergenze che riguardano l'intero sistema penitenziario del Paese: con almeno un migliaio nelle celle in istituti normali; l'emergenza suicidi in carcere conseguenza spesso di stupro subito; l'emergenza diffusione di malattie infettive come l'Hiv che già ha raggiunto livelli allarmanti con circa 5.000 detenuti che risultano Hiv positivi, mentre intorno ai 6.500 sono i portatori attivi del virus dell'epatite B".

Di Giacomo aggiunge che il loro sindacato "ha così a cuore questi temi e finalmente è riuscito ad ottenere oggi un tavolo "sanità penitenziaria" al ministero della Salute con funzionari ed esperti per affrontare anche i rischi che si ripercuotono sul personale". Il sindacalista aggiunge che continuano sostenere che va urgentemente rivisto il sistema della "sorveglianza dinamica" che non consentirebbe di attuare controlli adeguati e misure di prevenzione in particolare contro gli stupri. "È evidente - prosegue Di Giacomo - che se fuori dal carcere stenta ad affermarsi la denuncia di violenze sessuali nel carcere questa tendenza è ancora più negativa per una serie di motivazioni che gli esperti hanno più volte indicato, dalla vergogna e paura di chi ha subito la violenza all'assenza di garanzie di tutela per il denunciante.

Un fenomeno rispetto al quale l'Amministrazione Penitenziaria volutamente non è in grado di fornire dati, specie se si pensa allo "scambio di sesso" di detenuti tossicodipendenti o alcolisti in cambio di psicofarmaci e alcol". Il segretario del Spp aggiunge: "Quanto alla situazione della sanità penitenziaria come sosterremo al tavolo di oggi, essa è ancor più preoccupante in quanto, secondo i medici della Società Medicina Penitenziaria, due detenuti su tre sono malati, in aumento Hiv e tubercolosi, un detenuto su due risulta essere tubercolino positivo e questo sottintende una maggiore circolazione del bacillo tubercolare in questo ambito.

È, quindi, indispensabile effettuare controlli estesi in questa popolazione, perché il rischio che si possano sviluppare dei ceppi multiresistenti è molto alto, con conseguente aumento della letalità nei pazienti in cui la malattia si sviluppa in modo conclamato". Di Giacomo conclude: "In questa situazione è intollerabile che si parli solo ed esclusivamente di assicurare i Lea (Livelli essenziali di assistenza) ai detenuti escludendo il personale penitenziario, continuando a sottovalutare i rischi".

 

 

 

 

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