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Casal del Marmo (Rm). Storia di un sabato in un carcere minorile a imbiancare le pareti PDF Stampa
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di Martino Zavarise

 

it.aleteia.org, 13 febbraio 2020

 

Da alcuni mesi, il sabato pomeriggio, vado in caritativa al carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma, insieme a Tommaso e a don Nicolò Ceccolini. Sto scoprendo la bellezza di un tempo totalmente donato a questi ragazzi che incontriamo: la nostra azione è essenzialmente stare con loro, condividere un pomeriggio della settimana, senza pretese e progetti, stando a quello che c'è.

Un sabato accade qualcosa di diverso dal solito: don Nicolò ci chiede di aiutarlo ad imbiancare alcune celle insieme a tre giovani carcerati. I lavori erano già iniziati da qualche giorno: il nostro compito è terminare la tinteggiatura di alcune celle di un braccio della palazzina. Mentre iniziamo a verniciare, mi viene quasi da ridere guardando questa squadra di imbianchini: un prete, due seminaristi, una suora e tre zingarelli. Però siamo animati dal desiderio di rendere quel luogo - a guardarlo sembra incredibile che qualcuno possa viverci - più bello e umano.

Mi colpisce anche il clima che si crea con i ragazzi. Pitturiamo al ritmo di improbabili musiche balcaniche che escono da un piccolo televisore. Le battute e gli scherzi sono sempre gli stessi, ma è evidente che questi ragazzi, quando offri loro uno scopo e li aiuti a perseguirlo, escono dalla loro scorza di superficialità e mostrano un volto più umano, desideroso che la vita non sia solo male e mancanza di senso.

Don Nicolò ama ripetere che la vera misura dell'amore non è il successo ma lo spreco: sprecare tempo per loro con fedeltà e passione. Allora, anche riverniciare una cella scherzando, guardando alle ferite che portano, condividendo due ore di lavoro, diventa per me l'occasione di mettermi alla scuola di Cristo, che ha "sprecato" tutto se stesso per me.

Uno dei ragazzi, quello a cui stiamo più antipatici, alla fine del pomeriggio ci dice: "Perché venite qua? Non servite a niente, la vostra presenza è inutile". Tommaso ed io ci guardiamo, presi un po' alla sprovvista. Proviamo a rispondergli che siamo lì per loro, ma ovviamente senza convincerlo. Ripensando a questo fatto, capisco ancora di più la misura dello spreco di Gesù, innanzitutto per me.

Infatti, il primo che resiste sono io, ma Cristo entra nella mia vita attraverso il volto dei fratelli, attraverso la liturgia, nelle persone che incontro, per strapparmi dal mio rifiuto e riprendermi a sé. Così, mi sento privilegiato, ogni sabato, quando entro nel carcere: so che posso imparare un po' di più ad amare come lui.

 

 

 

 

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