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Perché la giustizia è uno scoglio vero PDF Stampa
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di Stefano Folli

 

La Repubblica, 6 febbraio 2020

 

Se dobbiamo dar credito ai proclami, il destino infausto della maggioranza giallo-rossa si direbbe già segnato. Quando il ministro della Giustizia, Bonafede, annuncia che entro pochi giorni porterà in Consiglio dei ministri la sua riforma, lascia intendere che non ci sono e soprattutto che egli non cerca un compromesso.

È l'atteggiamento di chi ostenta sicurezza perché in realtà teme di non arrivare al traguardo da vincitore sul punto chiave della prescrizione. Meglio allora guardare dietro le quinte. Bonafede avrebbe ragione, sotto il profilo del metodo, se fossimo ancora nel 2018, all'indomani del poderoso successo elettorale del M5S.

In quel caso la determinazione del ministro sarebbe l'equivalente del "guai ai vinti" gridato da Brenno, conquistatore peraltro effimero dell'antica Roma. Ma come sappiamo in due anni molte cose sono cambiate e oggi i 5S non sono in grado di gettare alcuna spada sulla bilancia della politica. O meglio, possono andare avanti in modo caparbio fino al punto di rottura della coalizione: ma se la sfida viene raccolta da Renzi, dal Pd o da entrambi - e il provvedimento viene bocciato in Consiglio dei ministri o in Parlamento, la crisi dell'esecutivo Conte diventa inevitabile con discrete possibilità di evolvere verso il voto anticipato.

S'intende che non tutti credono alla capacità di Renzi di tener fede alle sue promesse fino a rischiare la caduta del governo pur di difendere un principio giuridico e non deludere quei magistrati e quegli avvocati che hanno in varie forme contestato il ministro. Gli scettici vedono un Renzi che rientra nei ranghi dopo aver ottenuto un po' di visibilità mediatici, nonché un Pd che finisce per assecondare la riforma, pur senza condividerla, appunto per non incrinare il patto di governo.

Questa interpretazione accompagna da mesi il piccolo cabotaggio del Conte 2 e poggia sull'idea che nessuno vuole le elezioni, anzi non intende correre nemmeno il minimo rischio. Quindi sì ai compromessi quando sono possibili, altrimenti sì ai cedimenti. Può darsi che finisca così, con la vittoria di un movimento 5S ormai in caduta nel Paese e frantumato, ma forse ancora in grado di farsi valere all'interno di una coalizione debole.

Tuttavia se c'è un caso in cui l'equilibrio può saltare, questo è proprio il conflitto sulla prescrizione. Un pezzo importante dell'establishment, cioè il potere giudiziario nelle sue diverse articolazioni, è contrario a Bonafede; al tempo stesso i Cinque Stelle sono smarriti e, sull'altro versante, Renzi è disperatamente bisognoso di un successo. Un'altra sconfitta dopo aver alzato i toni, nonché la prospettiva di un paio d'anni di modesto tran-tran governativo fino all'elezione del capo dello Stato all'inizio del 2022 sono in grado di seppellire le residue ambizioni dell'ex premier insieme al suo partito personale.

Può sembrare azzardato, ma quello della prescrizione potrebbe essere l'ultimo treno che passa per un politico spregiudicato quale senza dubbio Renzi è. Ciò significa che lo scontro è aperto. E soprattutto che non stiamo assistendo al solito gioco delle parti destinato comunque a ricomporsi. Semmai colpisce la mancanza finora di un'iniziativa di Palazzo Chigi. Vero è che la materia non si presta a un ricamo in cui ognuno ottiene un pezzo di ragione. L'unica strada sembra il rinvio della riforma. Ma per ora anche su questo nessuno si sbilancia.

 

 

 

 

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