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La militanza psichiatrica nelle voci dei protagonisti PDF Stampa
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recensione di Nicole Martina

 

Il Manifesto, 6 febbraio 2020

 

"La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant'anni dopo", di Antonello D'Elia (Villaggio Maori edizioni). Scritta in una prima persona che ha valore testimoniale, e si alterna a una combattiva oggettività, l'introduzione del libro di Antonello D'Elia, "La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant'anni dopo" (Villaggio Maori edizioni, pp. 189, euro 15,00) è consapevole di piombare in un contesto ostile, a ricordare come un altro mondo sia stato possibile.

Il piglio è quello al tempo stesso militante e consapevole dello psichiatra che ha vissuto la stagione migliore mai trascorsa nei servizi preposti alla salute mentale, in un paese, l'Italia, che grazie alla legge 180, preceduta e resa possibile da pratiche di cura assai diffuse, ha funzionato come un faro nel mondo. Solo quella costitutiva istanza alla sopraffazione intrinseca alla natura umana di cui Hobbes ha illuminato il profilo e Freud ha raccolto la malinconica eredità, può giustificare una regressione così violenta come quella praticata nelle istituzioni deputate alla cura e alla accoglienza dei pazienti psichiatrici, a sua volta conseguenza del disinvestimento politico in ogni forma di istruzione, formazione, funzione civilizzatrice.

Come si apprende dalla passione di Antonello D'Elia e dalla sua restituzione del clima che vigeva almeno fino agli anni '80 inoltrati, non era solo il carisma di Basaglia a contagiare le istituzioni, ma un sapere diffuso che si traduceva in esperienza da trasmettere, un sentire capillare che si era trasformato in senso comune.

D'Elia elegge la fiducia a rappresentante ideale di questo clima terapeutico: non la generica benevola propensione verso l'altro che nutre la benevolenza dei profeti disarmati, bensì la attrezzata, rispettosa disposizione verso le manifestazioni più diverse del dolore mentale che mette avanti l'ascolto e fa arretrare il giudizio. La prima delle voci che si susseguono a dare carne e sangue al libro è quella di un possibile alter ego dell'autore, che dal panorama dei ricordi personali, contempla le rovine, non abbandonandosi alla nostalgia, e anzi indagando le responsabilità dei malintesi correnti: "...abbiamo pensato che l'avversario fosse la psichiatria medicalizzata... quella che non ne voleva sapere della centralità delle relazioni... Ci siamo concentrati sull'obiettivo sbagliato... Quella logica non era la causa ma l'effetto: il punto vero era il denaro e la logica aziendale importata nella sanità pubblica".

C'è poi la ragazza, unica femmina di una famiglia siciliana, che si intuisce abbia ecceduto nello sfogare le proprie frustrazioni sentimentali: quattro anni e mezzo in manicomio, altri in giro per diversi ospedali; e la psichiatra un po' naïve, che racconta le sue prime esperienze non proprio edificanti, con i pazienti, con gli infermieri, con il primario; e, ancora, il tecnico della riabilitazione di un Centro Diurno, l'infermiere professionale dal quale riceviamo il racconto del paziente che un giorno ingoiò un Crocifisso nel tentativo di neutralizzare il proprio diavolo in corpo; l'immigrato che ha avuto la fortuna di imbattersi in bravi operatori; la madre di un bambino autistico, le cui domande sulla natura della patologia tradiscono la razionalizzazione di uno strazio che l'ha resa esperta suo malgrado. E, in fine, un bilancio sullo stato dell'arte: non monocorde, non polemico, solo crudamente realistico, ma non perciò arreso.

 

 

 

 

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