Martedì 22 Settembre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Luigi Pagano: "La mia vita in carcere tra ladri e brigatisti" PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Terzi


Libero, 27 gennaio 2020

 

Intervista allo storico direttore penitenziario, oggi consulente: "Le monetine a Craxi, la pagina più buia della storia recente". Quarant'anni passati accanto a chi ha compiuto atti contro la nostra società, una vita passata a cercare di ottemperare quel famoso articolo 27 della Costituzione che sancisce come ogni detenuto deve essere recuperato alla società vivendo in condizioni umane; ma anche una vita vissuta all'interno della nostra società che spesso dimentica il principio costituzionale.

Questo è Luigi Pagano, oggi in pensione, ma collaboratore del difensore civico della Regione Lombardia che traccia un resoconto della propria vita professionale tra Turatello e Mano Pulite.

Incontro Luigi Pagano nella sua stanza del decimo piano del Pirellone dove da qualche mese è consulente del Difensore Civico della Lombardia Carlo Lio.

Quarant'anni passati a gestire carceri, da Pianosa ai quindici anni di San Vittore passando per Nuoro, Asinara, Piacenza, Brescia e Taranto. Quarant'anni in cui ha anche avuto ruoli da dirigente al Dap (dipartimento per l'amministrazione penitenziaria) e dove da sempre si è battuto per cercare di rendere umane le "dimore" di chi ha un conto da pagare con la società.

 

Cosa è un carcere?

"Le rispondo citando l'articolo 27 della Costituzione: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Il carcere è una pena, non la sola e nemmeno la migliore, ma come tale dovrebbe anche esso permettere di applicare questo principio costituzionale".

 

E invece?

"Invece quasi sempre trova difficoltà nel farlo in quanto l'ordinamento penitenziario risulta essere fuori sincronia sia con le leggi e sia con l'emotività data dall'informazione del momento".

 

Mi spieghi meglio questo concetto...

"Fermo restando che io credo che la pena-carcere sia inattuale e poco adatta a svolgere il ruolo che le assegna la Costituzione, nella pratica parla di non rendere possibile "trattamenti contrari al senso di umanità" e già questo è fisicamente impossibile in quanto le ultime recensioni della popolazione carceraria parlano di sessantamila detenuti contro i quarantacinque/cinquantamila posti disponibili. Credo che il nostro Paese sia quello più sanzionato dalla giustizia europea per come vengono gestiti i detenuti".

 

Ma chi rappresenta la maggioranza della popolazione carceraria?

"Circa il 10/15 per cento di chi è dietro le sbarre sono persone in custodia cautelare".

 

Senza chi è in "transito" in attesa di processo le carceri sarebbero più libere?

"Non lo dico io ma i numeri. Forse esiste un utilizzo eccessivo della custodia cautelare. Mi ricordo che in periodo di Tangentopoli qualcuno attribuì a un magistrato la frase "noi non mettiamo in carcere per farli parlare, ma li liberiamo se parlano"; non credo l'avesse mai detto e di sicuro non nel senso attribuito, ma era segno dei tempi, la gente voleva i politici in carcere. Invece dovrebbe riflettersi sul fatto che un presunto non colpevole attenda il processo in carcere".

 

Lei ha accennato che Tangentopoli esplose quando era già da qualche anno direttore del carcere di San Vittore. Che giudizio dà di quel periodo storico?

"Ho un ricordo molto chiaro di quel momento così intenso e drammatico e spiegare questo mi è utile per far capire quando parlo di come l'ordinamento penitenziario spesso viva di riflesso alla emotività data dalla informazione".

 

Mi dica bene...

"Parto dal momento delle monetine a Beffino Craxi che credo sia una delle brutte pagine del nostro Paese. L'Italia non meritava un popolo così che evocava la forca e una giustizia frettolosa e violenta. Tangentopoli fu importante per il nostro Paese e chiunque deve avere rispetto per il lavoro della magistratura, però - mi creda - che fu un momento difficilissimo per chi aveva, come me, una responsabilità in quello che era il luogo simbolo di dove venivano portati la maggior parte dei colletti bianchi".

 

Lei parla della pressione mediatica in quegli anni?

"Quando venne arrestato Mario Chiesa e poi tanti altri politici, avevamo il mondo della informazione che voleva notizie. Giornalisti che bivaccavano fuori dal carcere, cortei che inneggiavano a piazzale Loreto ed altre scene che, secondo me, non hanno fatto bene né alla magistratura né all'istituzione a cui io sono legato. Sembrava che in carcere ci fossero solo coloro che avevano avuto a che fare con l'amministrazione pubblica ed invece a San Vittore c'erano tante altre persone; c'erano più di duemila e duecento detenuti contro gli ottocento di capienza".

 

Cosa c'entra questo con l'informazione?

"Se in quel periodo si gridava alla forca diventava impossibile fare capire quali condizioni vivessero gli istituti penitenziari perché la risposta alla inumanità del popolo era "meglio così che stia un po' male anche lui visto ciò che ha fatto", ma questo è contro i dettami della Costituzione".

 

Lei ritiene che il clima sia decisivo per ciò che deve fare chi opera in carcere?

"I tempi, i luoghi, le opinioni influenzano anche le interpretazioni e non può essere diversamente, ma la giustizia penale dovrebbe essere messa nelle condizioni di decidere al di fuori della emotività".

 

Del suicidio di Gabriele Cagliari cosa ricorda?

"Era il 20 luglio del 1993 e nulla faceva presagire un gesto così drammatico; avevo incontrato Cagliari qualche giorno prima e sembrava ai miei occhi (come a quelli di chi stava lui accanto) tranquillo, non avevo colto alcun segno. Quando mi avvisarono che si era suicidato venni preso da un senso terribile di impotenza; dire che mi sentii avvilito è poco ed anche parlare di sconfitta non rende l'idea. Quel 20 luglio fu una giornata drammatica perché poco dopo suicidò un ragazzo che era in infermeria. Due suicidi nel giro di poche ore, mi sentivo distrutto ed il carcere di San Vittore stava per esplodere dalla tensione".

 

Un altro detenuto di Tangentopoli Sergio Cusani...

"Un uomo molto intelligente con cui tutto sommato ci fu stima e bel un rapporto al di là degli scontri, dialettici, che avevamo su come superare le problematiche carcerarie. Veri amici ex detenuti ne ho avuti solo due".

 

Con chi per esempio ebbe un rapporto particolare?

"Con un brigatista che si pentì profondamente e che ancora oggi collabora e lavora per aiutare il prossimo e poi con Bruno Bancher".

 

Uno degli uomini della "mala" milanese?

"Proprio lui, il "Lingera" come si definiva per dire il "delinquente" che diventò poeta e che sarebbe diventato un fantastico nonno".

 

Lei c'era quando nel carcere di Nuoro fu ucciso Francis Turatello?

"Fu un delitto che non mi aspettavo e che credo non fosse nemmeno prevedibile dal punto di vista della sicurezza".

 

Esiste un momento che ritiene storico della sua vita?

"L'ho ereditato. Il ricordo di quando venne Cardinal Martini a San Vittore e il cappellano del Carcere don Luigi aprì le porte della massima sicurezza dove c'erano anche i brigatisti; l'autorevolezza del cardinal Martini e la potenza umana di Don Luigi fecero un miracolo".

 

Quale?

"Il cardinale Martini rimase quattro giorni a San Vittore entrando in ogni cella e parlando con tutti; don Luigi chiese che pregasse con i detenuti e con i brigatisti che un giorno, attraverso uno di loro, consegnarono in Arcivescovado le armi".

 

Chi portò le anni in arcivescovado?

"Ernesto Balducchi, un ex brigatista che accompagnato da don Luigi portò, in segno di resa quattro borse, contenenti due fucili kalashnikov con caricatore, un fucile beretta, un moschetto automatico, tre pistole, un razzo per bazooka, quattro bombe a mano, due caricatori e 140 proiettili".

 

Fu il segno del valore della mediazione che la Chiesa cercò di attuare con i terroristi?

"Mi piace pensare che oltre allo Stato anche il carcere, grazie a don Luigi Melesi e alla Chiesa, hanno svolto il loro ruolo di pacificazione sociale. Il carcere deve essere in grado di ricostruire le persone che si sono perse".

 

Cosa si deve fare per rendere possibile questo?

"Le rispondo con una frase di Don Luigi: "farsi carico della vita dell'altro per capirlo e riconquistare la libertà".

 

 

 

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it