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Migranti. I Cpr non tutti sono uguali, ma sono stati peggiorati dal Decreto Sicurezza PDF Stampa
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di Mario Morcone


Il Riformista, 27 gennaio 2020

 

Ho letto con ammirazione e gratitudine l'intervento di Monsignor Paglia su Il Riformista (23 gennaio) dal titolo "Dobbiamo diventare primi in umanità". Certamente non posseggo la carica umana e pastorale, né l'autorevolezza di don Vincenzo, e tuttavia vorrei aggiungere qualche considerazione che mi viene dall'esperienza professionale e da una qualche sensibilità maturata in questi anni. Sul tema della cattiva comunicazione, del linguaggio aggressivo e di un allarme sociale totalmente costruito ad arte non posso che sottoscrivere le parole di verità pronunciate dal Vescovo; ma la vicenda di Gradisca e la morte del ragazzo georgiano mi spinge a porre più chiaramente il grave problema determinato dai cosiddetti Decreti Sicurezza di cui fanno vanto alcune forze politiche.

Lo so da me che i centri per i rimpatri, o come si chiamavano prima i Cie e prima ancora i Cpt, sono luoghi di cui davvero vorremmo fare a meno perché non onorano la nostra civiltà giuridica e nemmeno i valori della nostra comunità civile. Capisco però che il tema della detenzione amministrativa non può essere liquidato con la semplicità dei buoni propositi e che invece è un'esigenza legata alle situazioni che impongono un rimpatrio forzato di persone che non solo non hanno titolo, ma soprattutto non hanno rispettato le regole del nostro Paese.

Allora in primo luogo andrebbe esplorata la disponibilità del migrante ad accettare un rimpatrio concordato e immediato nei Paese di origine. E questo, a prescindere dai motivi umanitari, ci farebbe risparmiare un po' di soldi. Peraltro aumenterebbe il numero delle persone che rientrerebbero nei loro Paesi.

In mancanza di questa disponibilità, la sostenibilità della detenzione amministrativa è determinata dalla qualità dei servizi offerti, dalla professionalità degli enti gestori, dalla formazione delle forze di polizia, i soli pilastri che possono rendere accettabile un luogo di disperazione come il Cpr.

Ricordo, penso di non essere il solo, che proprio a Gradisca, in attesa del perfezionamento delle procedure per il rimpatrio, era organizzata un'attività di formazione professionale per consentire a queste persone, al loro ritorno, di avere qualche strumento in più per il reinserimento.

Venivano svolte varie attività sportive, tra cui naturalmente quella del calcio, e veniva offerta alle istituzioni, non solo pubbliche, una trasparenza della vita interna attraverso l'accesso di organizzazioni e organi di informazione. Una particolare attenzione era dedicata alle donne e alla complessità della loro sofferenza attraverso l'impegno di professionisti, mentre era a disposizione una struttura legale per chi ne avesse avuto bisogno. Tutto questo non rappresentava una soluzione ad un problema doloroso, ma parte della necessità; in ogni caso era un contesto più umano e soprattutto più generoso verso coloro erano stati privati della libertà personale. Ed è tutto questo che si è voluto eliminare con il taglio dei servizi previsto dal primo Decreto Sicurezza di cui non ci vergogneremo mai abbastanza.

 

 

 

 

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